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L’Istituto Nazionale di Bioarchitettura – INBAR – è un’associazione culturale estesa su tutto il territorio nazionale e molto attiva anche a Torino,

che svolge da oltre 25 anni un ruolo fondamentale per sensibilizzare ed informare la società, oltre che nella formazione degli stessi operatori su molteplici temi quali la riqualificazione del territorio, la riconversione ecologica nel settore delle costruzioni e le abitazioni green.

Di Bioarchitettura – spiega l’architetto Gio’ Dardano, che fa parte del Comitato scientifico dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura – si parla già dai primi anni Ottanta, quando si andava sviluppando questa disciplina che promuove la costruzione di edifici ecosostenibili in equilibrio armonico con la natura per garantire un ambiente sano a tutela della salute degli abitanti. Primi studi e realizzazioni sono stati compiuti in Germania come risposta alla crisi energetica del 1973, in concomitanza con i movimenti ambientalisti ispirati da principi ecologici. All’inizio con una visione tecnologica bioclimatica i progettisti cominciarono ad occuparsi soprattutto di risparmio energetico e il progetto si arricchì di una maggiore sensibilità sull’uso dell’energia ottenuta da fonti rinnovabili. L’INBAR, usando tutti i mezzi di comunicazione disponibili, ha ampliato il progetto con indagini su fattori inquinanti, climatici e ambientali e soprattutto ha promosso una visione olistica nella progettazione. Progettare nella complessità INBAR significa utilizzare conoscenze e competenze multidisciplinari, migliorare costantemente le performances degli edifici con l’uso di materiali non inquinanti, dare massimo rilievo alla salute degli utilizzatori. L’uso sostenibile e consapevole delle risorse naturali in architettura, il rispetto dell’ambiente con il controllo di tutto il processo edilizio, l’efficienza energetica e la tutela della biodiversità, sono ormai alla base di ogni progetto. La città è nella qualità delle risposte che sa dare ai suoi abitanti sia in termini di servizi, sia estetici”.

Bisogna sempre aver in mente – aggiunge l’architetto Dardano – che la città nasce e si sviluppa per volontà dei suoi abitanti e gli architetti, da sempre, sono stati incaricati dai committenti per dare una bella forma all’ambiente ed alle funzioni richieste al costruito. Quando l’architetto rinascimentale si è cimentato nella creazione di una città “ideale” ha compiuto, di solito, esercizi intellettuali difficilmente praticabili (Sabbioneta, Sforzinda, …), astratti ma utili per lo sviluppo disciplinare rappresentativi di una concezione urbanistica che, con il suo rigore, rimanda ad una società etica e gerarchica. La missione dell’architetto europeo dal 1950 è quella di realizzare una sintesi creativa tra esigenze tecniche cultura umanistica ed estetica. Parliamo di una professione definita di interesse sociale dalla direttiva UE 92/50, che l’ha posta sotto tutela al pari della professione medica e dei giornalisti, ma pare che la società italiana contemporanea, in crisi, nei fatti non lo permetta ritenendo eccessivo il costo della tutela. A riprova limita il ruolo di tutore dell’ambiente imponendo vincoli economici agli appalti e ai concorsi con la clausola dell’offerta economicamente più vantaggiosa (massimo ribasso) e, mettendo in concorrenza il compenso professionale, ha ridotto l’autorevolezza e la credibilità del professionista in quanto terzo responsabile. Paul Valéry nel 1934 l’aveva intuito scrivendo in Eupalino…

C’è da aspettarsi che novità di una simile portata trasformino tutta la tecnica artistica, e che così agiscano sulla stessa invenzione, fino magari a modificare meravigliosamente la nozione stessa di Arte.

Ed ancora con la metafora del Fenicio:

Un uomo saggio, libero e di una strana molteplicità, riusciva a cogliere i segreti che imparava ad applicarli attraverso un metodo. Il Fenicio insegna come non basti imitare la natura per creare una costruzione perfetta.

Lo scopo dell’architettura deve essere quello di tutelare l’ambiente, ma la società postindustriale governata dall’economia globalizzata ci ha condannati alla crescita ed ora, le crisi, mettono a rischio qualsiasi progetto inteso a ridurre il consumo del suolo ed i cambiamenti climatici, procurando danni e costi sociali insostenibili”.

Gli architetti, a Torino – afferma Giò Dardano – nel primo dopoguerra erano nell’ordine delle decine ed hanno lasciato un segno indelebile nel centro città e nella formazione, ricordo Pagano, Levi Montalcini…, nel periodo della ricostruzione e fino agli anni Ottanta sono diventati più di mille, per aumentare all’inizio degli anni Novanta oltre tremila e raggiungendo ora circa quota settemila. In questo tempo la città si è espansa per effetto della industrializzazione e si è contratta a causa delle crisi. Le espansioni, dapprima in assenza di piani regolatori, hanno creato le prime conurbazioni caratterizzate dal bisogno di abitazioni economiche e dalla speculazione edilizia, quindi con i PRGC si è tentato di fare ordine nello sfilacciamento urbano. In tutto questo tempo la qualità architettonica ha lasciato il passo alla qualità edilizia, sono diventate visibili per le problematiche sociali le “periferie” ed il sistema non è stato in grado di sopportare i costi del degrado e della degenerazione urbana. Contemporaneamente si è assistito allo sviluppo delle tecnologie informatiche, l’appiattimento della domanda di qualità ha enfatizzato i pregi della standardizzazione, provocando una sostanziale indifferenza degli abitanti nei confronti della identità anche estetica dei luoghi.

L’indifferenza e la disattenzione degli abitanti anestetizzati dai ritmi della produzione, dalle difficoltà economiche e dalle problematiche migratorie interne indotte dal sistema produttivo, hanno favorito la nascita di non luoghi che, unitamente alla globalizzazione, allo sviluppo dei sistemi di comunicazione, dei social e dei mass media, hanno diluito il senso di appartenenza e accentuato l’individualismo anche a scala urbana.

La bioarchitettura ha assunto il ruolo di stimolo culturale rimettendo al centro dei processi di trasformazione “l’uomo” e, con esso, individua la figura dell’architetto, in un contesto multidisciplinare, come il coordinatore più adatto a navigare nella complessità dei processi di trasformazione del territorio in armonia con l’ambiente”.

I principi fondamentali della bioarchitettura – afferma l’architetto Ivano Verra, coordinatore Regionale dell’Istituto – si richiamano alle teorie di Vitruvio. Questa disciplina è molto attenta all’uso dei materiali ed al rispetto per l’ecosistema. Usando la definizione che diede di essa Ugo Sasso, fondatore dell’Istituto), parlare di bioarchitettura significa individuare un complesso di discipline che presuppongono un approccio corretto dal punto di vista ecologico nei confronti dell’ecosistema, migliorando la qualità della vita attuale e futura, servendosi della sostenibilità ecologica e dello sfruttamento dei fenomeni e strutture naturali già esistenti. Il bioarchitetto si propone come obiettivo la sostenibilità edilizia, facendo anche uso di tecniche costruttive millenarie, per creare, però, strutture resilienti ed autosufficienti, capaci di adattarsi al mutamento delle condizioni esterne e mantenendo inalterato il comfort abitativo, con un uso limitato di fonti energetiche e materiali non rinnovabili“.


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