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In una delle zone della movida torinese, zona Vanchiglia, proprio dietro Piazza Santa Giulia, su Corso Regina Margherita 27, nasce il progetto di tre amici di aprire un birrificio: Brasseria Augusta Taurinorum è il sogno di Daniele, Carlo e Marcello, che abbandonano la vecchia vita e decidono di intraprendere questa nuova avventura, unica nel suo genere per lo storico quartiere torinese.

Daniele e Carlo, rispettivamente commerciale ed informatico, entrambi appassionati homebrewers, si incontrano per caso ad un corso per birrai e iniziano a parlare della realizzazione di un birrificio abbinato al pub; decidono di inglobare nel progetto anche Marcello, compagno delle elementari di Daniele e grande appassionato di birre.

Quando ha iniziato a prendere vita il progetto Brasseria Augusta Taurinorum? E perché questo nome?

Da ottobre 2017 abbiamo deciso di prendere il locale in cui ci troviamo e di ristrutturarlo; dopo 8 mesi di duro lavoro, a fine giugno 2018, ha finalmente aperto i battenti la Brasseria Augusta Taurinorum. Il nome è stato scelto da tutti e tre ed è strettamente legato al territorio in cui ci troviamo; si è voluto dare una connotazione territoriale all’attività, ma non solo: anche le birre hanno un nome che richiama molto la nostra città, ad esempio abbiamo una birra che si chiama Vanchiglia, ovvero il quartiere in cui ci troviamo, un’altra dal nome Ponte Regina, preso dall’omonimo ponte distante pochi metri, ed un’altra ancora chiamata Campus, vista la vicinanza al Campus Luigi Einaudi; la nostra blanche invece si chiama Janis ed è un tributo a Janis Joplin”.

Come è stato il passaggio da homebrewer a birraio? E come è venuta la prima cotta?

Innanzitutto cambia la grandezza dell’impianto, almeno 100 volte quello utilizzato a casa, ma aumenta proporzionalmente anche il divertimento; per certi versi può essere pure più semplice perché un impianto professionale garantisce il processo controllato a temperature più precise, di conseguenza anche il prodotto è qualitativamente migliore. La difficoltà è stata la parte finanziaria, ma siamo soddisfatti della prima cotta con questo impianto, poiché è venuta bene; abbiamo cercato di essere il più rigorosi possibile nel rispetto delle condizioni igieniche e tecniche di processo: ci riteniamo fortunati e, investendo qualcosa in più nella formazione iniziale, abbiamo evitato qualche errore che fatalmente poteva capitare. Il processo è piuttosto semplice, nel senso che è fluido e continuativo, ma bisogna seguire certe regole e mantenere determinati standard, un po’ come gli stili delle birre: noi cerchiamo di mantenere lo stile originale, però caratterizzando la birra secondo le nostre idee e le nostre visioni”.

Come mai la scelta di produrre birre sia ad alta che a bassa fermentazione?

Abbiamo scelto di produrre sia ad alta che a bassa fermentazione perché ci interessava collaudare l’impianto e noi stessi, per metterci alla prova; è stata una precisa scelta di avere sin da subito entrambi i tipi di produzione: al momento abbiamo prodotto una blanche, una IPA, una doppelbock, una scotch ale e una helles, ma abbiamo in mente tantissimi tipi di birre, anzi dobbiamo tenerci un po’ a freno per evitare di commettere degli errori. La prossima birra che proporremo al pubblico sarà una stout piuttosto alta di gradazione, molto luppolata, che noi definiamo psicotropa”.

Avete dei punti fissi, in termini di materie prime, nella produzione delle vostre birre?

L’unico punto fisso è quello di ottenere il massimo possibile nella qualità: la logica è che preferiamo produrre una birra qualitativamente maggiore anche se i costi risulteranno essere superiori; non è nella nostra idea di cercare di spendere meno per avere una birra più economica. Questa è una buona regola che ci tiene attenti a scegliere prodotti di qualità, sia per i malti, ma anche per i luppoli ed i lieviti.

Da cosa è dettata la scelta di avere il birrificio all’interno del pub?

Sicuramente è una maniera per mettersi in gioco e per ricevere onori e oneri di quello che si fa; non è detto che in futuro non si voglia provare a vendere i nostri prodotti anche al altre birrerie, ma al momento l’idea del brewpub ci sembrava uno step intermedio per provare a proporre il nostro prodotto. L’idea è di fare piccoli passi alla volta, ma farli giusti e bene. Inoltre il brewpub ci permette di fornire alla nostra clientela anche del cibo: come per le birre il nostro menu è molto legato al territorio in cui ci troviamo, anche se ci piace proporre piatti che arrivano da tutta Italia o anche dall’estero, però il punto di riferimento è la cucina tradizionale piemontese. Cerchiamo di avere un menu semplice che si distingua per qualità e per gusto; la nostra non è una cucina stellata, ma è una cucina legata alla birra, quindi cerchiamo di mantenere dei prezzi ragionevoli garantendo semplicità e qualità”.

Come è stata accolta l’apertura del vostro locale da parte del pubblico torinese?

Al momento, vista la poca storia che abbiamo, la gente ci ha accolto positivamente: beve e ritorna… e ribeve e ritorna, quindi vuol dire che mediamente il prodotto ed il locale sono apprezzati. Speriamo che apprezzino sempre di più”.

Cosa vi aspettate dal futuro?

Noi un po’ per volta faremo altre birre, un po’ per volta, senza correre, anche perché abbiamo un produzione limitata e vogliamo studiarle bene e curarle bene fino all’uscita. L’idea è sicuramente quella di allargare il parco birre, almeno di raddoppiarlo, ma non ci siamo dati una scadenza in termini di tempi, ovviamente tasteremo la risposta del pubblico e poi vedremo. Ad esempio abbiamo dovuto già rifare la nostra doppelbock, la Vanchiglia, perché è finita molto rapidamente, per fortuna, e speriamo che quest’autunno finisca ancora più rapidamente, ma abbiamo dovuto riprodurla quando noi invece avremmo voluto fare una birra nuova; ci sarà tempo e modo di proporre sempre qualcosa di nuovo: dobbiamo programmare la produzione delle birre nuove tenendo in considerazione di riprodurre quelle già esistenti. Al momento stiamo producendo a seconda di quelli che sono i consumi del pubblico: col tempo l’esperienza ci aiuterà a programmare al meglio la produzione delle nostre birre. Con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno studieremo qualche birra un po’ più adatta alla stagione, così come faremo con l’arrivo delle stagioni calde. La speranza è che il mondo delle birre artigianali acquisti sempre più considerazione presso il pubblico: se lavoriamo tutti bene, è senz’altro un settore che andrà avanti e che crescerà sicuramente”.


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