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Una grande emozione intervistare, per Elctomag, Lorenzo Tugnoli Premio Pulitzer 2019 per la sezione Best Feature Photography. Si è aggiudicato il riconoscimento grazie al suo servizio, realizzato nel 2018, dove illustrava la carestia nello Yemen, pubblicato da Washington Post.

Lorenzo Tugnoli è nato a Lugo vicino a Ravenna ma da tempo risiede a Beirut dove collabora attivamente con il Washington Post. Il fotoreporter è da tempo impegnato nell’area medio-orientale e ha abitato per diverso tempo anche in Afghanistan.

Magnifica è la descrizione della giuria del Premio Pulitzer alla fotografia di Lorenzo Tugnoli: “per un fantastico racconto fotografico della tragica carestia nello Yemen, mostrato attraverso immagini in cui la bellezza e la compostezza si intrecciano con la devastazione”.

Lorenzo tu sei un giornalista freelance, oltre che con il Washington Post, collabori con il New York Times, Wall Street Journal, Time Magazine e L’Espresso. In che ottica hai realizzato il servizio in Yemen che ti ha fatto aggiudicare il Pulitzer?

In Yemen dal 2015 si combatte una guerra civile in cui sono state coinvolte delle super potenze regionali come l’Arabia Saudita e l’Iran. È stato difficile documentare la situazione, a causa della conflittualità che costituisce di per sé un pericolo, e per il poco tempo per potere scattare le foto. Per completare il lavoro sono tornato in Yemen due volte. Durante entrambi i viaggi ho viaggiato insieme al corrispondente del Washington Post al Cairo, Sudarsan Raghavan”.

Cosa cerchi di comunicare attraverso le tue foto?

Ritengo che una delle sfide più importanti di un fotografo sia trovare il giusto equilibrio per comunicare l’urgenza della tragedia mantenendo rispetto per le persone e la loro dignità. Ho documentato lo strazio di chi muore di fame in Yemen, Paese coinvolto in una guerra che dura da quattro anni. Il mio obiettivo non vuole costruire immagini scandalistiche, ma rispettare ogni soggetto”.

Cosa hai provato quando hai ricevuto il tanto ambito premio Pulitzer?

In realtà mi trovavo ad Amsterdam per il Word Press Photo e ho ricevuto una telefonata dalla mia photoeditor. Ho assistito all’annuncio ufficiale del premio di fronte a tutti i 500 giornalisti del giornale, questo è un riconoscimento che in realtà premia un team. Sono riuscito a svolgere il mio reportage grazie al supporto del Washington Post che ha creduto in me e nella mia professionalità. I miei colleghi, Sudarsan Raghavan e Ali Al Mujahed, hanno una buona conoscenza dell’area, quindi è stato possibile descrivere e mostrare attraverso le mie foto, le conseguenze violente del conflitto”.


In cosa la tua fotografia si differenzia da altri fotografi di guerra?

Questo è un lavoro che ho sviluppato in un lungo periodo di tempo. Nel mio cammino ho cercato di dare peso a ogni singola persona che ho fotografato, perché ognuno rappresentava una storia, una famiglia. Amo profondamente il mio lavoro e credo che questo amore traspaia da ogni singolo scatto. Vivendo per lunghi periodi nelle zone che fotografo, si sono instaurati legami affettivi con la gente del posto. Ogni viaggio, ogni persona conosciuta ha avuto un grande valore nel mio bagaglio professionale”.

In alcune interviste hai sostenuto che una fotografia è un piccolo componimento poetico. Raccontaci i tuoi esordi e come sei arrivato a queste conclusioni?

Ho studiato Fisica all’università di Bologna, in quelle aule ho compreso il rigore delle regole e di alcune strutture per potere descrivere obiettivamente un fenomeno o una manifestazione. In corrispondenza con il G8 di Genova ho cominciato ad appassionarmi a fotografare manifestazioni e i cortei di Bologna. Osservavo le foto dei grandi maestri della fotografia e in loro scorgevo poesia. Ho lavorato a lungo con un fotografo italiano, Massimo Sciacca e dopo uno stage in America negli archivi della Magnum, mi sono trasferito nel 2010 a Kabul per crearmi una rete di contatti e fare esperienza”.

Quale messaggio vorresti lanciare attraverso il tuo reportage in Yemen?

Gli Stati Uniti rappresentano uno dei maggiori fornitori di armi all’Arabia Saudita. Gli americani non possono rimanere indifferenti di fronte a ciò che sta accadendo in Yemen. Il mio Premio Pulitzer ha messo in evidenza un’emergenza umanitaria che ha già fatto 50mila vittime attraverso carestie, denutrizione e carenze di medicine”.

Raccontaci del tuo prossimo progetto.

Vorrei tornare a lavorare in Yemen e continuare a sviluppare i progetti che sto portando avanti da anni. In particolare voglio continuare a fotografare ancora in Afghanistan, un paese a cui sono molto legato, e in Libano, dove vivo”.

Photo credits by Lorenzo Tugnoli, Taiz contrasto


Le opinioni dei lettori
  1. Prof. ssa Silvia Mancin   On   3 Maggio 2019 at 20:20

    Vorrei esprimere i miei umili complimenti al fotografo Lorenzo Tugnoli.
    Ha colto e testimoniato nelle sue foto cosi tanta brutalità che mi fa vergognare di appartenere al genere umano.
    Ma allo stesso tempo grazie alla sua gentilezza, al suo rispetto nel fotografare le persone che purtroppo così tanto soffrono ed al suo indiscusso coraggio, mi fa sentir fiera ed orgogliosa del genere umano.
    Nel guardare le sue foto provo questi sentimenti contrastanti.
    Ho visto proprio ieri un foto di una bambina morta per stenti e denutrizione in Yemen …. mi ha ricordato i bambini nei lager Nazisti …
    La domanda che continuo a farmi è:
    ma come è possibile, ma come è possibile, ma come è possibile, ma come è possibile ed ancora … ma come è possibile che degli adulti possano fare una cosa del genere ad un bambino chiunque esso sia!!!
    Grazie all’autrice dell’articolo che ha saputo intervistare in modo delicato e sapiente.

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