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La vicenda di Giovanna Vivinetto sta procedendo come prevedibile. Giovane, talentuosa e coltissima poetessa, avrebbe meritato un felice destino esclusivamente letterario, che pure sta ottenendo, con l’attenzione di colleghi, critici, giornalisti, premi e pubblico.

In parallelo, però, la sua transessualità, che peraltro è anche l’oggetto quasi esclusivo della sua produzione poetica, sta mediaticamente e pubblicamente prendendo piede, prevalendo, oscurando la valutazione di merito.

Ultimo capitolo, il “licenziamento” di Giovanna dalla scuola dove insegnava: interpretato dalla diretta interessata come una discriminazione; motivato dall’istituto per palese incapacità, o per meglio dire inadeguatezza. Cioè tendenza a trasformare l’insegnamento in uno spazio di dibattito sui temi della libertà di genere, identitaria e sessuale, quando le scuole, almeno in teoria, sono “purtroppo” costrette a seguire i programmi didattici. Chi abbia ragione lo dovrebbero stabilire i fatti, che non conosciamo nel dettaglio, ed eventualmente le autorità deputate a chiarire, giudicare, prendere decisioni. E invece la controversia si sposta sui talk show, come fossero aule di tribunale dalle quali emettere verdetti e rivelare verità.

Va peraltro evidenziato che questa non è la prima volta che Vivinetto appare in pubblico in quanto vittima di omofobia: talvolta è stata sicuramente oggetto di volgarissimi attacchi, talaltra è parsa però anche cercare di cogliere ogni occasione per rappresentarsi in tal senso, anche dopo aver subito critiche forti, decise ma non offensive. La giovane è senz’altro abilissima – soprattutto sui social network, dove è seguita da pletore di follower osannanti e plaudenti – a costruire se stessa come personaggio emblematico di una tendenza non solo personale, ma epocale e generale, che una società retrograda vorrebbe conculcare. Una sorta di erede iconica di Vladimir Luxuria.

Non prendiamo posizione perché, di nuovo, ci mancano tutte le informazioni necessarie e, soprattutto, perché il discorso ci porterebbe lontano. Notiamo però come il vittimismo, giustificato o meno, sia una prassi molto amata dai media. Consigliamo intanto due letture per gli appassionati del genere: Julian Baggini, “Il potere della lagna”, Rizzoli, e Aldo Cazzullo, “Basta piangere!”, Mondadori.

E poi rammentiamo qualche caso recente: da Viola Davis e Jennifer Lopez che, nonostante i guadagni, la popolarità e il successo planetario, si dichiarano “discriminate a Hollywood”, a Jacopo Fo, secondo il quale “La Rai umilia mio padre Dario”, cioè un Nobel per la letteratura che ci sembra appaia in televisione molto più di Eugenio Montale; da Madonna, che dopo aver fatto, disfatto, cantato e predicato di tutto chiede “Perché la Scala non mi vuole?”, fino a Francesco Totti, che lascia la società giallorossa sbattendo rumorosamente la porta, anziché godersi il ricordo dei gol fatti, l’affetto imperituro dei tifosi, i soldi guadagnati, la sua bella famiglia dai nomi esotici.

È curioso che a lagnarsi siano così spesso non dei veri emarginati, esclusi, bistrattati, che non hanno mai avuto accesso ai mondi in cui ambivano entrare, ma coloro che ne sono stati protagonisti per tutta la vita e che reclamano un pezzo di spazio e di tempo in più. Vasco Rossi sostiene di essere una vittima dei pregiudizi, quando migliaia di giovani lo venerano ancora come un mito. C’è chi fa l’epurato in pianta stabile, come Morgan che, cacciato da un programma, passa subito ad un altro: ma questo è pendolarismo, non discriminazione! E poi la comica Francesca Fornario, lo chef Kumalè che dice lamentosamente “addio al programma” di cui però faceva calare gli ascolti, Francesco Merlo che definisce se stesso e Carlo Verdelli “erbe da estirpare” nel giardino Rai in quanto “arrivati dalla carta stampata”. Ci sono persino casi patologici come la quindicina di persone che si sono dette falsamente vittime dell’assalto terroristico al Bataclan di Parigi, in parte già condannate. Massimo Recalcati su Repubblica, giustamente, così definisce il vittimismo: “nelle società religiose significava sacrificarsi per la ricompensa. Oggi invece è quasi sempre un’ideologia: il colpevole è sempre l’altro”.

Tornando solo un momento, per chiudere, al tema della discriminazione sessuale, dopo una squallida aggressione contro due lesbiche a Londra, un poliziotto ha dichiarato sul Corriere della sera che l’aumento di casi segnalati non è dovuto solo all’effettivo aumento, quanto “alla maggiore volontà di denuncia e all’accresciuta attenzione della polizia”, quindi in realtà è un sintomo della cura oltre che del male. E poi, come dice a Sette Costantino della Gherardesca, gay dichiarato, va bene “aiutare i ragazzi nella fase più complessa della loro vita, quella dell’accettazione […] dopo di che stop, si volta pagina e si smette di parlare solo di quello”.


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