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La tv italiana “serve” ancora ai cittadini? È una domanda che sorge spontanea in ognuno di noi ogni giorno, dopo aver assistito a certi programmi inseriti nei vari palinsesti.

Perché se il servizio dev’essere quello di informazione sui fatti che riguardano la nostra comunità nazionale, o locale, o il mondo, in ogni caso non può mancare l’elemento della novità, o quello della rilevanza. E invece, ascoltando tg nazionali, e a volte anche locali, la sensazione è che le news appena ricevute non interessino quasi a nessuno. Soprattutto nei finali dei notiziari, quando solitamente la cronaca viene sostituita dal gossip, da qualche servizio relativo a temi centrali nell’agenda politica che però non scaldano i cuori dei telespettatori, oppure da interviste a personaggi che non sono in cima alle preferenze di chi sta dall’altra parte del video.

Questo fenomeno è ancora più evidente nelle decine di programmi che quotidianamente, da mattina a sera, “intrattengono” milioni di spettatori davanti agli schermi, raccontando fatti, eventi, personaggi o dettagli che finiscono spesso per essere ripetitivi, noiosi, già sentiti, se non addirittura lontani nel tempo o nello spazio. Certamente, la risposta degli autori e dirigenti della programmazione sarebbe che l’audience paga: ma ne siamo così sicuri? Siamo certi che gli argomenti trattati nei talkshow o nei salotti televisivi che ogni giorno riempiono la programmazione dei network nazionali siano di reale interesse per chi li ascolta e che costoro seguano quei programmi proprio in virtù di tanta novità?

Probabilmente, spesso l’ascoltatore medio non è attratto dagli argomenti o dalle cose dette dai conduttori, dagli ospiti o dagli intervistati. Ai contenuti si sostituisce la curiosità per il personaggio in studio, oppure il suo look o quello del presentatore, o ancora la scenografia che li circonda. Spesso, inoltre, sembra che i telespettatori siano come rapiti dagli aspetti coloriti e di contorno della trasmissione, più che dai contenuti trasmessi. Così l’applauso a comando e ripetuto, spesso in standing ovation, scatta non appena il conduttore o uno dei suoi ospiti fa un’affermazione con tono più alto e non perché abbia detto necessariamente qualcosa di importante, privilegiando quindi l’arte del dire più che il suo senso.

Altrettanto si può affermare per l’intervista, quando l’applauso in studio assume un ritmo crescente ad ogni minuto che passa, man mano che l’intervistato comincia a “confessarsi” davanti alle telecamere, raccontando aneddoti spesso anche poco interessanti, ma che inevitabilmente vanno a toccare le corde più sensibili del pubblico. Oltre che del medesimo, il quale regolarmente cade nel suo stato di sofferenza più profondo e si commuove…e lì parte l’applausone, arrivano le parole consolatorie del conduttore, che coglie l’occasione per fare un po’ di morale, per poi passare la linea alla regia per la reclame. Perché la tv senza pubblicità non esiste!

E siamo giunti al nodo: la commercializzazione del prodotto televisivo. Che tipo di offerta viene proposta ai telespettatori che pagano il canone Rai o l’abbonamento alla pay-tv o che acquistano eventi on-demand? Sicuramente, il marketing sviluppato dalle aziende che fanno comunicazione di massa è di massimo livello, non lasciato all’improvvisazione ma frutto di attente e approfondite ricerche di mercato, perché aldilà del prodotto televisivo da far piacere ai telespettatori, costoro sono in realtà il target degli spot delle aziende o dei soggetti economici di mercato che sfruttano la tv per farsi pubblicità.

Si comprende pertanto perché dai palinsesti dei principali network nazionali siano spariti film d’autore, eventi sportivi live di primo livello, programmi culturali, notiziari o spazi riservati alla televendita: non sono più attraenti per gli sponsor, i quali riescono a entrare nelle case e nelle menti degli italiani anche per altre vie. Per esempio attraverso servizi fatti ad arte per promuovere quell’azienda piuttosto che quell’ente benefico, trasmessi durante il contenitore d’intrattenimento del mattino o del pomeriggio. Oppure con interviste fasulle inserite nei telegiornali coi massimi share o all’interno dei programmi di consolidata audience, che trattano tematiche completamente diverse ma riescono comunque a tenere lì lo spettatore fedele per quei pochi minuti.

Per il resto, la programmazione abbonda di fiction, quiz, talkshow e spazi a tematica fissa, fra i quali la cucina sta perdendo centralità a favore del turismo storico-culturale. Nei serial tv, invece, stravince il poliziesco o il narrativo emozionale/psicologico, a discapito del sociale e del medico/spirituale. Evidentemente le esigenze del popolo italiano cambiano. Oppure c’è una vera e propria mania imperante fra gli autori tv a proporre cose ripetitive e simili, come se lo scopo fosse di formare un’opinione in tema? Solo così si spiegano le continue, assillanti e ansiogene “dirette” dei cronisti da strada di turno che, ogni giorno, si lanciano nei teatri di eventi di cronaca nera alla ricerca di dettagli o rivelazioni utili ai fini processuali, sui quali ospiti in studio di rinomata competenza puntualmente esprimono il loro parere vincolante sull’esito del processo. Perché ormai è chiaro che i processi si fanno in tv, prima ancora che nelle aule dove spesso i giudici devono solo ratificare quanto già stabilito negli studi televisivi e avallato dal televoto o dall’applauso del pubblico. E siccome tutto questo fa audience e muove miliardi di euro di sponsorizzazioni…

Tutto così interessante che spesso viene spontaneo spegnere oppure addormentarsi. Ma in questo caso l’Auditel non se ne accorge e quindi è un’opzione accettabile per gli autori.


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