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Le montagne sono archetipi significativi in tutte le culture: sono luoghi sacri dove l’umanità ha sempre cercato una guida spirituale.

La montagna è il simbolo dell’asse originario della terra (monte Meru), la sede degli dei (monte Olimpo), il luogo dove l’uomo riceve da Dio i comandamenti (monte Sinai).

Le montagne comunicano un senso di sacralità e personificano timore e armonia, asprezza e maestà. Elevate sopra il resto del mondo, la loro presenza solida e solenne attira e incombe. Le montagne sono luoghi di visioni. Nella storia e preistoria dell’umanità hanno svolto funzioni chiave, e restano ancora in molte tradizioni popolari madre, padre, guardiano, protettore e alleato.

La montagna più alta rimane sempre dentro di noi. (Walter Bonatti)

Vi sono montagne esterne e montagne interiori e la loro stessa presenza ci attira, ci sfida a scalarle. Forse l’autentico insegnamento di una montagna è che la si porta tutta dentro di sé, sia quella esterna, sia quella interiore. A volte la si cerca ripetutamente senza trovarla, finché arriva il momento in cui si è sufficientemente motivati e preparati a trovare la via che dalla base porta alla cima.

La scalata è una possente metafora della ricerca nella vita, del percorso spirituale, del cammino di crescita, trasformazione e comprensione. Le ardue difficoltà che si incontrano durante l’impresa rappresentano proprio le sfide necessarie per stimolarci a superare i nostri limiti.

In definitiva, la vita stessa è la montagna, la maestra che ci offre occasioni perfette per svolgere il lavoro interiore finalizzato alla crescita di forza e saggezza. E se scegliamo di metterci in cammino, dovremo imparare e crescere molto. I rischi saranno considerevoli, i sacrifici imponenti, l’esito sempre incerto. In effetti, l’avventura è la scalata, non stare in vetta.

Innanzitutto, si deve familiarizzare col terreno alla base; solo in seguito si affronteranno le pendenze e, infine, forse la cima. Ma non è possibile rimanervi: l’impresa non sarà completa senza la discesa, per prendere distanza e vedere ancora la montagna da lontano. Essere stati in vetta però ha fornito una nuova prospettiva e può cambiare il proprio modo di vedere per sempre.

Ed è qui che arriva il bello. Jon Kabat-Zinn nel suo libro “Dovunque tu vada, ci sei già” cita il romanzo incompiuto di René Daumal, “Le Mont Analogue”, in cui l’autore ha redatto una mappa di questa avventura interiore, in cui la parte più significativa riguarda la regola invalsa di rifornire il bivacco che si lascia per coloro che verranno in seguito e di scendere la montagna in modo da poter trasmettere agli altri scalatori le conoscenze acquisite, perché possano approfittare di quanto si è appreso durante l’ascensione.

È questo il senso della nostra vita, del nostro cammino, della nostra scalata: condividere, trasmettere e insegnare ciò che abbiamo appreso finora: è come un compendio delle nostre esperienze, certamente non la verità assoluta. E così, l’avventura continua: siamo tutti assieme sul Monte Analogo. Ed è necessario l’aiuto reciproco.

Tratto da “Dovunque tu vada, ci sei già”, di Jon Kabat-Zinn.


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