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È sempre un’impresa partire. La voce della mia (bella) amica, che si sta preparando per andare al mare, rivela un po’ di affanno e stanchezza. Già, perché tante volte, quando si parte per viaggio o vacanza, si è già stanchi prima ancora di muoversi.

E subito mi ritorna in mente un libro di molti anni fa : “Quando viaggiare era un piacere” di Evelyn Waugh.

Ad onta del nome, Evelyn, leggiadro e vagamente femmineo, Waugh era un energumeno con baffi a manubrio e un carattere infernale. Inviato speciale, aveva lavorato per il Secret Service britannico, per venire poi accantonato per le sue eccessive e non celate simpatie per Mussolini.

Era una penna straordinaria, elegante e caustica. Anzi urticante. Il suo libro sul piacere di viaggiare è elegia del passato e, al contempo, profetica satira del nascente turismo di massa.

Waugh fu in effetti uno degli ultimi veri viaggiatori. E ancor più lo fu Robert Byron. Il suo “La via dell’Oxiana” è un capolavoro, sintesi di cultura, arte , avventura. Dove il viaggio, reale, diviene metafora della vita e della ricerca inesauribile della bellezza.

Un tema che, in fondo, ritroviamo trattato con ben altri accenti in una delle opere più discusse e, ai tempo stesso, importanti del nostro secondo ‘900: Fratelli d’ Italia di Arbasino. Uno spaccato del nostro paese e dell’Europa visto con gli occhi annoiati e inquieti di due amici (gay, certo, ma nel contesto la cosa ha scarsa rilevanza) che compiono un tour estivo in automobile. Senza alcuna meta apparente. In realtà il viaggio come metafora della futilità e della superficialità del presente. Viaggiare davvero non è infatti partire. Affannarsi. Correre. Sì può andare in giro per l’intero globo senza mai essersi davvero mossi. Restando incarcerati nelle proprie prigioni mentali.

Come sapeva bene Ariosto, che fu capace di descrivere mondi fantastici, paesaggi esotici e spazi interminati senza mai praticamente muoversi dalla sua Ferrara. Gli bastavano carte e mappamondi, come era uso dire. E la fantasia. E come sapeva anche il povero Emilio Salgari. Che descrisse i mari della Malesia, i fiumi della Cina, i deserti dell’Australia e le giungle dell’India spostandosi al massimo tra Verona, dove nacque, e Torino. Ove morì suicida.

Alla fin dei conti, però, partire, viaggiare diviene sempre faticoso per una ben precisa ragione. Perché vi portiamo dietro troppi bagagli. E non solo, anzi non tanto materiali. I bagagli che ci gravano veramente sono quelli della mente, le tare che ci inibiscono un’autentica esperienza dell’altrove.

Leggete “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin, il poeta dell’alternativa nomade. E scoprirete, sulle orme degli aborigeni che vagano, senza nulla portare con loro, nel Grande Vuoto australiano, cosa significhi davvero partire. Lasciarsi dietro vincoli e pesi della propria storia personale, per cercare il proprio autentico sè. Per ricongiungersi con la propria natura profonda.


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