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Sono triste stasera…”: immagino i suoi occhi velati, nella lontananza. “Vado a letto, non ha senso parlarne“.

La tristezza è così. Non ha precisa origine e non vi sono parole che possano davvero farla svanire. Dormire, allora, come in Shakespeare, e forse sognare. Può essere una soluzione.

Attendere che, così come è venuta, se ne rivada. Perché la tristezza è strana. Non ha spiegazioni. Non spiegazioni logiche, per lo meno. “Forse sarà che sento l’avvicinarsi dell’inverno”, aggiunge. E mi sembra, per un attimo, di vederla rabbrividire… ma l’inverno è ancora lontano. Siamo ancora a Settembre. La fine dell’estate, i primi segni dell’autunno. È però un’immagine che rende bene un certo stato d’animo.

Mi viene in mente, ancora una volta, Il Dottor Zivago. Il film più che il libro. La scena del gelo siberiano che avvolge ogni cosa. Una sensazione di paralisi. Di tristezza assoluta. E il protagonista con Lara che guarda attraverso i vetri. Sono insieme, ancora. E si amano. Pure pervasi da un senso d’effimero. . Dal presagio di fine incombente. Lo splendido tema musicale, passato alla storia come il Tema di Lara, rende il tutto più struggente.

La tristezza è qualcosa di oscuro. Persino il suo etimo ha origini incerte. “Tristitia” deriva dal latino “Tristo” che, però, poteva avere altri significati. Ancora in un italiano arcaicizzante tristo sta per malvagio. In fondo ha un senso. La tristezza fa male all’anima. Non è la malinconia, che è un umore, che è natura. La tristezza è una tabe. Ed un uomo intristito un malato. Per un virus che proviene da fuori di lui.

Triste è la maschera del clown che, non a caso, dietro alla parvenza giocosa, evoca in noi una sorta di paura ancestrale. O meglio di angoscia, pensando al triste libertino di Kirkegaard. Che richiama, a sua volta, la tristezza degli animali dopo il coito di Ovidio. Una tristezza che è presagio di morte. Sempre associata all’Eros nella lirica greca e latina.

Da lì il tema di Bonjour Tristesse della Sagan, che seppe dare voce al male di vivere della generazione del dopoguerra. Quella degli anni ’50, enfatizzata dalla suggestiva versione cinematografica di Otto Preminger.

La tristezza è anche tema strisciante nell’opera di Moravia. I suoi personaggi, indifferenti, cinici trasformisti, ossessionati dal sesso, sono sempre, irrimediabilmente, tristi. Moravia è lo scrittore italiano più suggestionato da Freud. E dall’idea che la condizione umana sia, sostanzialmente, malattia.

Nessuno, però, ha mai espresso la tristezza con la purezza estetica di Kawabata. Bellezza e tristezza” è un capolavoro di incredibile sintesi. Narrazione di amori incompiuti, sospesi nel tempo, storie di tremenda crudeltà, rese dolci, però, dalla trasfigurazione della memoria. E dagli ambienti descritti con un estetismo di rara raffinatezza. Memorabile l’inizio: il protagonista, uno scrittore che si avvia verso la sessantina, va a Kyoto ad ascoltare, in solitudine, le campane dei templi, nella notte di capodanno. Scena di forte, ancorché delicato, impatto emotivo. Che ti avvolge subito in una nebbia triste.

Essere tristi, dunque, significa forse avvertire un qualche sordo presagio. Intuire, anzi tastare con dita incerte il tessuto delle Parche.. Tuttavia non è la condizione in cui ci è dato vivere a lungo. È un momento. Come una febbre, a volte molto alta. Ma poi passa. Basta curarla. Con la contemplazione della bellezza, come in Kawabata. O con l’impulso ad agire come in “Cavalli in fuga” del suo amico Mishima.


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