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Ancora per un po’ l’estate sembra destinata a continuare. Fa caldo. Quindi ci si spoglia. Sulle spiagge, certo, ma anche in città, dove abbigliamenti improbabili impazzano per ogni dove.

Improbabili e, soprattutto, succinti. Che nulla lasciano alla fantasia. Anche se, spesso, sarebbe tanto di guadagnato. Un tempo non era così. Gli uomini e, soprattutto, le donne sapevano vestirsi. E sopratutto quando e come spogliarsi. Arte, questa, della seduzione soprattutto femminile di cui troviamo ancora traccia nel celeberrimo streep della Loren in “Ieri , oggi, domani” di De Sica.

Oggi vanno di moda i corsi di Burlesque per casalinghe inquiete e addirittura di danza del ventre per improbabili odalische di provincia. Nulla a che vedere con l’antica arte che celava in sé la reminiscenza di una danza sacra prima ancora che sensuale.

Ci si spogliava con il corpo, ma i gesti, ora lenti ora frenetici, sempre armonici e ritmati, mettevano a nudo l’anima. Rivelavano un mondo interiore. La danza dei sette veli aveva forte valore simbolico. Svelava non solo la nudità della danzatrice, ma il mistero profondo della relazione fra realtà apparente e realtà sovrasensibile.

È un po’ come scrivere. Poeti e scrittori, alla fin fine, svelano se stessi con le parole. Ed è tanto più vero in quella che è la letteratura cosiddetta al femminile. Per inciso espressione che mi ripugna, perché odora di femminismo stantio. Diciamo, allora, nella scrittura delle donne. Di quelle, però, che non ambiscono essere brutte copie dei maschi.

Di quelle, rare, che, nella scrittura, serbano la capacità di donarsi assoluta, che è poi l’essenza dell’autentica, affascinante e misteriosa, femminilità.

Il pensiero corre a Saffo, agli scarni frammenti che quasi nulla ci dicono della sua vita e dei suoi amori. Ma molto della sua anima, della sua, appena velata, intensa, passionalità. O ad uno dei massimi capolavori della letterrtura giapponese: “Il libro del guanciale” di Sei Shonagen, una dama di corte del periodo Heian. Opera di soffuso erotismo, tutta incentrata sulle emozioni e sulla sublimazione dei sensi. Sappiamo poco della vita dell’autrice, che trascorse tranquilla nell’ombra dei giardini imperiali dell’antica Kyoto. Ma quelle, poche, pagine ci rivelano in pieno il suo mondo interiore. Un mondo di eleganza e bellezza. Non privo, però, di dolore. È come se si denudasse, lentamente, innanzi a noi. Rivelando la sua, nuda, luce interiore.

È un dono molto raro. Ed è un dono dell’autentica femminilità. Noi uomini siamo diversi anche nella scrittura. Più mimetici. Più aggressivi. Forse incapaci di abbandono. Non per nulla il poema maschile per eccellenza resta l’Iliade.

Se dovessi ricercarne il contraltare femminile, tornerei in Giappone. Ancora a Kyoto. Ancora a Heian. Dove gli uomini preferivano l’uso del cinese classico. Così che le fondamenta della letteratura nazionale furono opera esclusiva delle dame di corte rinchiuse nei ginecei. “Il principe splendente” di Murasaki Shikobu è il Monogatari, poema in prosa più che romanzo, che sta a quella tradizione come Omero alla nostra. A suo modo è epos e avventura. Ma è soprattutto sentimenti, emozioni, sensualità.

Omero ci rivela un’intera civiltà, i suoi ideali, le sue virtù. È forza, guerra, spade e passione.
Murasaki qualsiasi cosa narri rivela se stessa. Filtra tutto, storia e storie, attraverso la sua sensibilità. Si dona totalmente.

Uomini e donne non sono uguali. Vedono il mondo con occhi, lenti diverse. Una donna che sappia davvero scrivere – e sono sempre meno, come d’altro canto gli uomini – ha la capacità di farci percepire colori, odori, sfumature che ordinariamente ci sfuggono. Mettendosi totalmente in gioco. O, se vogliamo, denudandosi in vetrina.


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