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Diciamo la verità. Sull’argomento si è già scritto, visto e detto fin troppo. Ben lungi, quindi, dal cosiddetto “fattore novità”. Rimane il fatto che il cosiddetto “boschetto” di Rogoredo – sembrerebbe quasi un vezzeggiativo – è tristemente famoso per essere una delle piazze di spaccio di qualsiasi stupefacente più grandi non solo della Lombardia. Ma addirittura d’Italia.

Il quartiere, sito alla periferia sud est di Milano, è sede tra l’altro di una importante stazione ferroviaria. Diramazione delle linee Lodi-Piacenza-Bologna nonché Pavia-Arquata-Genova e capolinea meridionale del passante ferroviario.

Data la presenza anche di una fermata della linea 3 della metropolitana, e’ assai comoda per i pendolari al fine di raggiungere il centro della metropoli.

Ma anche e soprattutto per la quotidiana processione di tossicodipendenti alla ricerca di una dose verso il già citato luogo infernale, che trovasi proprio nelle strette vicinanze della strada ferrata e della tangenziale.
Praticamente inaccessibile per le forze dell’ordine, l’ingresso a questo esercito di disperati è garantito dai varchi aperti nella staccionata di confine. Peraltro controllati da sentinelle e accompagnatori i quali conducono poi gli acquirenti sul luogo dove incontrare i veri e propri spacciatori.

Tutto il mercato è saldamente in mano ai maghrebini. Si parla di almeno un migliaio al giorno, per ciò che riguarda i disperati. L’ambiente che si presenta all’interno, così come descritto da chi ha avuto l’ardire di addentrarvisi, è da incubo.

E riporta alla mente situazioni tristemente frequenti una trentina d’anni fa. Tappeti di siringhe, sui quali si aggirano figure a dir poco cadaveriche. Tra rottami, merce rubata, piante adattissime come nascondigli per dosi di qualsivoglia porcheria e così via.
I prezzi delle medesime sono talmente stracciati da venire spesso acquistate con monetine da cinquanta centesimi, uno o due euro. Spaventoso e a tratti incomprensibile il ritorno all’uso dell’eroina, viste le autentiche stragi avvenute in passato. Tra l’altro la qualità della sostanza è talmente scadente da raggiungere anche e solamente l’otto per cento di principio attivo. Si lascia solo immaginare da cosa possa essere costituito il restante novantadue per arrivare al dosaggio pronto per l’uso.

Ma, come già detto in precedenza, il “battage pubblicitario” del luogo ha già avuto più che sufficiente spazio sia tramite la carta stampata che la televisione. Semmai quel che spaventa maggiormente è il ritorno dell’uso della droga a livelli d’allarme sociale che si ritenevano da tempo accantonati. Altro che sballo del fine settimana.

Qui si tratta di consumatori abituali. Con un lugubre ritorno al “rito del buco” che si immaginava morto e sepolto.


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