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Passeggiare fa bene. Giova alla salute fisica e mentale. Purché sia davvero passeggiare e non, come oggi si usa dire, fare aerobica o, peggio, jogging.

Il cui teorico e profeta, per inciso, schiattò sul colpo appena cinquantenne mentre correva sotto il sole. Dando in sostanza ragione a quel vecchio cinico di Piero Chiara – il nostro Boccaccio del lago di Como – che diceva che l’unico sport mai praticato era stato seguire i funerali degli amici sportivi….

Chi fa aerobica, infatti, è solo concentrato sul proprio corpo e sulla fatica. Sullo sforzo. Incurante del contesto. Chi passeggia, al contrario, cerca di fondersi con l’ambiente circostante. Di stabilire una relazione profonda con il paesaggio.
Passeggia con la mente e con il cuore, non solo con le gambe.

Si può passaggiare da soli e in compagnia. La solitudine permette di ritrovare se stessi, di entrare in simbiosi con ciò che si vede, con i suoni, con gli odori. Nessuno scrittore moderno come Ernst Junger ha saputo descrivere questo complesso di emozioni, pensieri, sensazioni. Basta leggere “Cacce sottili” o “Due volte la cometa” per venire trasportati in una dimensione ove l’aria è più tersa e la mente più limpida.

Si passeggia senza meta, perché la meta autentica è interiore. Come nel “Viandante cherubico” di Silesio. Chi passeggia sente voci che vengono dalla Natura, inudibili altrimenti. La voce e i sospiri che provengono da tumuli antichi, ad esempio, come nei foscoliani Sepolcri. Ci parlano delle nostre radici. E del nostro destino.

Se si passeggia con altri si conversa. O si resta, a tratti, in silenzio. Perché la comprensione, la condivisione può anche essere muta. Non necessita di troppe parole. Aristotele, il maestro di color che sanno, amava insegnare passeggiando, seguito dai discepoli.

Stimolava l’intelligenza delle cose. Perché chi cerca la verità è sempre in cammino.

La passeggiata appartiene ad un modo di essere che, più che antico, potremmo definire senza tempo quindi incorrotto. E intangibile alle mode.
Due immagini esemplari. Due immagini simboliche.

Una biondina in top ed hot pants che corre sulla battigia, tutta presa da se stessa, dalla sua capacità di attirare l’attenzione. Dal suo essere, come si usa dire, sexy.

Ed una donna ricca di fascino, i capelli fulvi sciolti sulle spalle che, come in un dipinto preraffaelita, passeggia nel sottobosco, gli occhi presi dall’incanto dei fiori. Come Persefone prima del ratto di Ade. Due modi di essere. Due modi diversi di leggere la vita.


Le opinioni dei lettori
  1. Ermaanno Visintainer   On   20 Agosto 2019 at 14:55

    Articolo interessante quanto ambiguo. Pur condividendo l’invettiva nei confronti dell’aerobica o peggio di uno jogging, come puntualizza l’autore. Entrambi eredi di una certa cinematografia hollywoodiana. Non si capisce bene se al di là degli immancabili corollari letterari, l’esortazione ad astenersi dallo sforzo e dalla fatica, anziché essere rivolta alla fusione con il paesaggio non sia piuttosto autoreferenzialmente indirizzata verso un torpore pantofolaio ed immobilista proprio di un modello umano che Alexander De Large – in un celebre film – definì “gelatinoso eunuco”.
    Forse che anche nello sforzo e nella fatica – come sovente ci rammentò un celebre orientalista scomparso – non si possono produrre stati speciali nei quali è possibile “distruggere la stanchezza”? Non è possibile polarizzare la forza interna verso uno scopo? Stabilire un rapporto fra l’”io” e il corpo? Accedere alla “seconda onda”? Certo, le chiacchiere possono anche ammaliare tramite un articolo come questo…

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