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In quest’articolo, sia ben chiaro, non si ha per niente l’intenzione di criticare quelli che sono i gusti circa le nuove tendenze del contesto musicale. Tantopiù in ambito italiano. Per il semplice fatto che, a partire particolarmente dagli anni ’50 del secolo scorso, ogni decennio ha le proprie.

Si potrebbe semmai eccepire sul fatto che, progressivamente, di qualità in giro se ne sia vista ma soprattutto sentita sempre meno. Ma tant’è.

Più che altro l’intenzione è riferirsi al titolo di una recente fatica discografica d’un più o meno inedito duo di curiosi personaggi. Che accosta il nome del più classico degli “status symbol” ad un’ideologia che, nel bene o nel male (ognuno la pensi un po’ come gli pare), ha caratterizzato buona parte del novecento.

Prima cosa che verrebbe da chiedersi è cos’abbia a che fare con la musica tale vendutissimo prodotto. Tantopiù non essendo in grado alcuno dei due di prendere per le mani qualcosa che somigli ad uno strumento musicale. Ma si preferisce evitare.

Sicuramente praticamente nulla a che vedere con il rap. Genere nato perlopiù nel degrado dei più malfamati quartieri statunitensi. Semmai con un molto meno pretenzioso ed impegnativo pop.

Perch’è pur sempre bello chiamare le cose con il proprio nome. Di certo un bel tubo di niente ha da spartire il loro tenore di vita con la sopracitata ideologia da loro così pomposamente sbandierata.

Per chi pronuncia una parola senza conoscerne il reale significato è davvero un classico. Si che basterebbe ben poco per saperlo. Chiedendolo ad un qualunque immigrato romeno e/o albanese che abbia vissuto nel periodo in cui la medesima fu applicata nei rispettivi paesi d’origine.

Se si ha la fortuna di non ricevere immediatamente in cambio un sonorissimo “vaffa”, si può avere senz’altro qualsiasi tipo di chiarimento.

Ma è troppo faticoso o – evidentemente – “scomodo”. Specie nei riguardi del proprio ignaro pubblico.

Proprio negli Stati Uniti è frequente l’uso dell’acronimo “NYMBY” vale a dire “not in my back yard” (non nel mio cortile). Ovvero, “dappertutto, purchè non in casa mia”. Chiaro. Specialmente considerando il fatto che costoro vivono in residenze poste nelle zone più esclusive di Milano. E che uno dei due arriva a farsi pagare pure per il prima, dopo e durante “rito della pupù” del proprio piccolissimo ed innocente bambino. Quindi oltre che dalla propria casa tale ruvida ideologia va tenuta ben lontana anche dai rispettivi conti correnti.

Per il sottoscritto i motivi sono già ben più che sufficienti per prendere tale indefinibile prodotto e gettarlo nel più vicino cassonetto dell’immondizia. Senza ripensamenti. E, soprattutto, evitando di tirare senza motivo in ballo la parola “musica”.


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