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L’impennata dei suicidi in ogni parte d’Italia è un dato di fatto. Sono gli effetti collaterali del virus, probabilmente l’emergere di un disagio psichico per lo sconforto di rimanere a casa facendo la spola tra il letto e il divano. Siamo sempre più connessi a internet ma privati della nostra connessione sociale.

Alcuni ricercatori dell’Università di Washington stanno valutando i danni della crisi psicologica che si sta scatenando nelle nostre società. Il cambiamento epocale è sotto gli occhi di tutti: siamo passati da luoghi iper affollati, da una società consumistica, a strade vuote con poche figure che si aggirano. In coda ai supermercati troviamo gente con guanti e mascherine simbolo della persecuzione del virus in queste settimane. È visibile negli occhi di tutti il timore di toccarsi o semplicemente di incontrarsi.

Tutti gli osservatori e i virologi, almeno in questo concordano, nulla sarà come prima. Nessuno di noi sa ancora come sarà organizzata la scuola o semplicemente organizzarsi per la tanto sospirata Fase 2. È indubbio che i comportamenti e il modo di vivere incerto ai tempi del lockdown avranno un forte impatto sulle nostre future relazioni sociali. È in corso una vera e propria riscrittura delle relazioni interpersonali. Oltre alla preoccupazione per il distanziamento sociale si aggiunge quello per la grande crisi economica.

Il suicidio costituisce l’esito di un drammatico scenario in cui fallimenti, licenziamenti, mancate retribuzioni, disoccupazione e paura diventano la motivazione di stragi silenziose che si consumano quotidianamente. Purtroppo è praticamente impossibile non preoccuparci alla luce del quadro economico a cui andiamo incontro.

L’intelligence italiana ha redatto un report riservato al rischio di rivolte connesso al lockdown, proprio per questo è stato necessario dare risposte alle categorie sociali deboli. L’arte di uscire dalla crisi sarà l’arte di aprirsi al cambiamento e dell’essere solidali per riconquistare progressivamente la libertà perduta. La solidarietà, in questo momento, rappresenta uno degli aspetti positivi per potere emergere da questo periodo di profonde insicurezze. Abbiamo capito che per debellare questo nemico invisibile dobbiamo lottare con positività, tutti insieme.

Il nostro Paese ed i suoi abitanti sono stati colti impreparati, vittime di un sistema sanitario che in 20 anni ha subito continui tagli alla sanità, alla ricerca, alla scuola, all’università e all’innovazione tecnologica. Un substrato sicuramente debole di gente in difficoltà di fronte a questo esorbitante, enorme e inatteso evento.

C’è stato un veloce cambiamento delle tematiche al centro dell’interesse pubblico. Tutto quello che prima era prioritario, attualmente dopo l’emergenza coronavirus, è andato a occupare l’ultimo gradino delle nostre priorità. Risulta normale chiedersi se, quando tutto questo sarà finito, tornerà tutto come prima. Sicuramente in questo periodo di lockdown stiamo riscoprendo noi stessi. Stiamo apprezzando i ritmi meno frenetici delle nostre vite. In questo assordante silenzio stiamo riascoltando il nostro io, stiamo dando spazio al nostro nucleo familiare, stiamo riacquisendo un ritmo a misura d’uomo. Questo virus ci ha costretti a riscoprire le relazioni familiari e interpersonali. Ci ha fatto rendere conto di essere un importante tramite tra scuola e insegnanti. Stiamo cucinando sempre più pizze fatte in casa tanto da rendere introvabili farina e lievito nei supermercati, forse per esorcizzare la paura del limite umano.

L’unica certezza è un’ammissione di incertezza, niente sarà più come prima. A definirlo sono stati i dati statistici, il paragonare il virus ad una guerra o all’11 settembre. Dovremo tutti convivere con guanti e mascherine in cambio di sicurezza.

Per convivere con l’emergenza saremo costretti a scaricare app e ce ne sono per molteplici motivazioni. Dalle app per individuare sintomi e comportamenti pericolosi alle app per segnalare i tempi d’attesa sui mezzi pubblici o per l’ingresso nei supermercati. In base ai dati raccolti probabilmente, con le dovute accortezze, si potrà tornare a luoghi di aggregazione.

Ciò che appare assurdo è che dopo anni di campagne promozionali per scoraggiare l’uso dell’auto ora bus, treni e metro rappresentano i “nemici” per il ritorno a lavoro. Nonostante le società di gestione stiano studiando nuovi piani operativi, con spazi e distanze ben delimitati, i lavoratori temono i tempi di attesa lunghi che queste operazioni richiederanno. Forse rifletteremo su quanto il nostro Paese sia in ritardo sui trasporti e sulle dotazioni infrastrutturali delle telecomunicazioni.

Ma è proprio questo shock generalizzato senza precedenti storici a non permetterci di calcolare il reale impatto sull’economia. I dati ISTAT ci mostrano che, con un lockdown esteso fino a giugno, i consumi potrebbero crollare quasi fino al 10 percento. Anche se è praticamente impossibile avere numeri precisi.

Secondo Svimez, l’associazione per lo sviluppo nel Mezzogiorno, il lockdown ci costa circa 47 miliardi al mese (il 3,1 percento del Pil italiano), di questi 37 miliardi vengono persi al nord e 10 miliardi al sud. In questo periodo le aziende italiane hanno visto andare in fumo 275 miliardi di euro circa. Certamente l’unica soluzione affinché tutto torni alla normalità è pianificare una politica socio-economica nel lungo termine e dare liquidità alle aziende.

Ancora più difficile è la lotta al coronavirus di medici e infermieri sempre in prima linea dall’inizio dell’emergenza.

Numerosi sono i casi di suicidio del personale infermieristico nella lotta al coronavirus.

Questo non accade solo in Italia ma in tutto il mondo. La dottoressa Lorna Breen, direttore del dipartimento di emergenza presso il New York Presbyterian Allen Hospiral di Manhattan si è tolta la vita. Lei stessa si era ammalata di coronavirus ed era tornata a lavoro dopo una settimana e mezza di recupero. È stato il padre della donna a dichiarare che a uccidere la figlia era stato lo stress dovuto a ciò che vedeva quotidianamente.

Tutto questo dovrebbe spingerci nella direzione di una speranza che sopprime la morsa dell’attesa e ci consente di guardare al futuro. Senza speranza non sapremo sopportare il peso delle nostre responsabilità.


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