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In occasione del quarantennale della legge 194, che approvata il 22 maggio 1978 ha disciplinato in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza, a Roma e a Genova sono stati affissi diversi manifesti antiabortisti.

I nuovi cartelloni sono firmati dall’associazione spagnola CitizenGo, una fondazione che è presente in diversi paesi dal 2013 per difendere “una visione cristiana dell’essere umano e dell’ordine sociale”.

In Italia il referente di CitizenGo è Filippo Savarese che, oltre ad aver organizzato il “bus anti-gender”con Maria Rachele Ruiu e Jacopo Coghe, ha fondato il comitato Difendiamo i nostri figli per opporsi ai matrimoni tra coppie omosessuali, all’adozione di figli da parte di questi ultimi, all’aborto e alla maternità surrogata.

CitizenGo insieme ad altre associazioni ultracattoliche si prepara alla ottava edizione della Marcia per la Vita che si svolgerà il 19 maggio a Roma, suscitando polemiche negli ambienti femministi e di sinistra che vogliono far rimuovere il manifesto attraverso firme e petizioni. Un coro che sta trovando il suo amplificatore sui social e su Twitter dove è stato rilanciato l’hashtag #rimozionesubito.

Sul manifesto incriminato di CitizenGo è scritto: “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo” e il suo hashtag è #stopaborto. Una campagna che suscita polemica e la rete femminista per i diritti Rebel Network attraverso Facebook chiede l’intervento della sindaca Virginia Raggi per fare rimuovere il manifesto motivando così la richiesta: “chiediamo alla sindaca di intervenire immediatamente per far rimuovere questo vergognoso manifesto da uno dei gruppi a nostro parere pro-odio e contrari alla libertà di scelta delle donne”.

Ragionando in maniera logica circa la disputa, faremo ancora una volta parlare i numeri, le stime globali sul numero di omicidi parlano di circa 66 mila donne uccise ogni anno; il numero di femminicidi nel mondo è inferiore a questo dato, che non può essere paragonato alle circa 70 mila donne che, secondo il National Institute of Health, ogni anno perdono la vita in seguito a un’interruzione di gravidanza, la maggior parte delle morti inoltre sono riconducibili ad aborti clandestini o a quelli praticati con personale non preparato adeguatamente senza le condizioni minime di sicurezza sanitaria.

A generare stupore mediatico non è tanto la campagna anti-aborto, quanto piuttosto l’accostamento brutale tra due temi assolutamente distinti come le interruzioni di gravidanza e la violenza sulle donne. Bisogna puntualizzare che un interruzione di gravidanza non è conteggiata tra i casi di femminicidio e accostare questa parola con l’aborto significa confondere l’opinione pubblica sul vero significato di questo concetto, ossia scambiare una grave forma patriarcale di violenza subita da una donna con una libertà che le è garantita da decenni.

A sostegno della legge 194 si è schierata la Cgil che a Genova chiede la rimozione dei manifesti attraverso un comunicato: “Negli ultimi tempi sta riprendendo una dura battaglia sul corpo delle donne che usa immagini e parole fuori luogo, violente e sbagliate…in altri paesi europei come la Francia fare pressioni per convincere le donne a non abortire è un reato. Pensiamo che sia arrivato il momento che anche in Italia lo diventi”.

A creare amarezza oltre all’uso improprio dei termini è lo sbeffeggiare il quarantesimo anniversario di una legge tanto discussa ma che ha permesso alle donne non solo il diritto o meno di abortire, ma il diritto alla maternità consapevole. La legge 194 non è una legge sull’aborto ma sulle norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza, ha contribuito alla nascita dei consultori per una maternità responsabile e rappresenta una delle conquiste culturali del diritto all’autodeterminazione delle donne.

Scelte autonome di donne che per ragioni svariate preferiscono non portare avanti una gravidanza, che meritano rispetto perché è attraverso la pacifica laicità di ogni singola idea che deve fondarsi un mondo moderno e la fede o l’assenza di fede deve trovarsi fuori dalla sala operatoria.

L’aborto clandestino è ancora un male peggiore e aggiunge oltre a un dramma per la donna anche un pericolo serio per la propria vita: non buttiamo con parole al vento il diritto sancito da questa legge di potere abortire legalmente in un ambiente ospedaliero, non negando a nessuno il potere di esercitare un proprio diritto.


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