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L’uomo, per natura, è preoccupato della morte, di quell’evento irreversibile che è difficilmente rappresentabile, e che necessita di esorcismi razionali o di sotterfugi religiosi per essere quanto meno sopportato, se non accettato.

I filosofi antichi non avevano dubbi sulla questione, tanto che Epicuro pure ci ironizzava sopra dicendo che, venendo da un nulla e ritornando al nulla, la morte non deve fare paura perché quando ci siamo lei non c’è, e quando c’è lei non ci siamo noi.

Poi entrò in ballo il cristianesimo, quel colpo di genio definito da Nietzsche, secondo il quale c’è la resurrezione e la speranza di un aldilà: un certo espediente per rimediare al nulla terrorizzante.

Passano i secoli, e la tecnocrazia inventa la vita in provetta, l’eterna giovinezza, i concepimenti programmati, l’ibernazione come ultima amena posticipazione del trapasso certificato.

Alla fine si può dire che il benessere, l’assenza di guerra da oltre settant’anni, i progressi della medicina hanno da un lato certificato una sicurezza vitale ma, nel contempo, esasperato le paure di perdere certe supposte certezze, vivendo la morte non come una eventualità connessa con il fatto di essere vivi, ma come un accidente per il quale è sempre necessario, anche per gli ultracentenari, trovare un qualunque responsabile.

Galimberti riassume in un concetto, che spesso cito, questa falsa interpretazione tecnologica dell’esistenza: non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché si deve morire. Non ci saltiamo fuori da questa verità naturale: siamo destinati a morire. Quello che dipende esclusivamente da noi è lo stile con cui affronteremo l’evento e come ci siamo impegnati nel realizzarci durante il percorso terreno che ci è dato da trascorrere.

Questa condizione virale ha fatto emergere tutte le angosce che velleitariamente erano state accantonate, rimosse, e ha determinato una malattia sociale che sta facendo molti più danni della supposta e propagandata pandemia, che è il contagio mentale.

È quella che tecnicamente si può definire come malattia iatrogena, ovvero provocata dall’uso improprio o eccessivo di uno o più farmaci, che nel caso specifico sono da ritenersi tutte le esasperate, paradossali e contraddittorie tutele nei confronti dell’ipotesi pandemica e per la salute collettiva.

Il potere ha attivato la suggestione, fattore di impatto devastante sulla massa la quale, sotto la pressione emotiva artatamente indotta, crea spontaneamente uno stato d’animo condiviso, una partecipata atmosfera di dubbio, prima, e di terrore, dopo. La folla, si sa, “non accumula l’intelligenza, ma la mediocrità”, come scrisse Gustav Le Bon, tanto che, indipendentemente dalle conoscenze e dalle intelligenze, ogni pensiero si omologa e si conforma ai dettati dei comunicatori del potere.

La condizione emotiva diventa, dopo un certo punto critico, pervasiva e metastatica, tanto da creare “un carattere medio dell’individuo-massa”, secondo la definizione di Freud, e il comportamento del singolo assume il carattere condizionante quello di altri singoli, in una complicità di imitazione o in una dinamica di delazione contro i non omologati.

Questo è il risultato delle pressanti operazioni messe in atto dall’inizio del problema virale. È il contagio psichico, alla fine, quello più pericoloso. Quello virale si depotenzia e passa, mentre questo si incista nelle abitudini mentali, alterando percezioni, progettualità, relazioni e comportamenti.

L’esperimento di addomesticamento di massa sembra avere un notevole successo. Vedremo se poche minoranze creative e immuni potranno incidere sul conformismo devastante che ha intaccato il nucleo stesso della razionalità critica e dell’esame di realtà di molti.


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