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Nel forno una torta di farina di castagne, sul divano gli aquiloni improvvisati a forma di pipistrello le cui storie e leggende stanno accompagnando questa quarantena quaresimale colmando lacune di scienze, di religione, di storia locale e affascinandoci.

Un equinozio che rappresenta la rinascita dalla morte e che l’Italia sta vivendo quale ecatombe. Ecatombe di uno stile di vita, forse, di una sottocultura, di una fascinazione del fatuo, di un nevrotico materialismo all’origine di tante frustrazioni criminali, di tante psicopatie, di manipolazioni affettive, di vite sospese, le stesse che colorano di grigio il mondo occidentale.

Ecatombe o forse solo accidentale pausa di una sanità troppo politicizzata, troppo clientelare, non sempre meritoria, dove la ricerca è difficile, foraggiato dall’affare dei servizi all’anziano che rendono, come la pensione, ormai l’unica entrata di questo paese vecchio che chiude i punti nascita perché i bambini, pur ereditando già in culla in debito pubblico non portano profitto, eccetto se sottratti.

Eppure la natura sorride, nel bosco sbocciano i fiori, bianchi, puri, l’aria profuma e il sole splende e si odono allegri, schietti, forse i soli veramente giocosi, squittii di scoiattoli o chiacchiericci di volpi cui non serve il vestito firmato di una moda ormai omologata per essere belle. E il Coronavirus risparmia gli animali, ma tocca solo gli uomini, l’unica specie che non si è mai evoluta, come ricorda una custode dell’anima orientale che impazza sul web.

Infatti, gli animali attaccano per sopravvivere se attaccati, per mangiare, mentre l’uomo nella sua infinita miseria morale come Scrooge continua ad accumulare sulla pelle del creato, come se non fosse un giorno chiamato anche lui, continua a perpetrare male gratuito quanto più abiti nell’agio, a restituire orrori partoriti dalla sua avidità resa più squallida da noia e dalla solitudine mentre costruisce imperi manipolando la vita un po’ fingendosi filantropo, un po’ speculatore, con arroganza che narrano i miti greci e babilonesi che probabilmente nelle scuole non si studiano più, così come si tralascia la storia, la poesia della vita, lasciando il passo a lugubri cartoni animati e a balene blu e a messaggi rinunciatari diversi dai manga di buona memoria.

Non si conosce la vita eppure si cerca l’eternità della formalina. La quarantena in epoca totalitaria però impone di guardarsi dentro e di confrontarsi con il proprio senso nella vita. Il Grande Fratello orwelliano cerca di prendere e buttare via anche quella coscienza, ma chi resterà allora a foraggiare le loro miniere in un mondo disgustoso?

Gli Egizi raccontano della Fenice, Vico dei corsi e ricorsi. Può darsi che siano fiabe, ma ogni fiaba ha il suo nucleo educativo e qualcuno ha spiegato la vita e la sua fiaba riferendosi ai processi alchemici, ma erano altre menti, eccelse, come l’organizzazione politica di un alveare, eccelsa, dove la politica potrebbe imparare. E allora parliamo di un virus che uccide per l’impreparazione di pazienti e operatori a trattare la vita, per l’improvvisazione di una società senza identità, per la manipolazione della terra e degli alimenti a favore del profitto di pochi, per l’abitudine a sottrarsi al dolore e la disattenzione verso se stessi, i sodali, la natura. Mangiamo antibiotici e ormai siamo assuefatti alla chimica, non progettiamo un futuro, ma accumuliamo, non viviamo le emozioni colorandole, ma le subiamo come gli slogan pubblicitari spesso senza idee e violenti e soli muoriamo ogni giorno, mentre gli animali invece continuano ad avere un’anima, l’anima del mondo che preesiste da tanto. E dopo la crisi forse ci sarà un boom o forse solo la schiavitù. Ma è l’uomo artefice del suo destino.


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