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Jerome K. Jerome intitolò uno dei suoi libri più felici – e, per ovvio traslato, meno noti – “Divagazioni oziose di un ozioso“.

Un elogio dell’ozio tanto più straordinario se si pensa che è stato scritto all’inizio della nostra era – correva l’anno 1886 – tanto frenetica da non ammettere alcun spazio da dedicare al dolce far niente, allo starsene beatamente in panciolle contemplando il vuoto e lasciando il pensiero vagare libero verso altri mondi.

Epoca, la nostra, che non ammette vuoti, spazi in cui lo scorrere del tempo viene sospeso. Neppure durante le cosiddette vacanze. Che, per rispetto dell’etimo latino, dovrebbero essere appunto vuote, mentre ci si affanna a riempirle di cose, viaggi disagevoli, code interminabili, spiagge carnaio sovraffollate… Ai punto che, dopo un po’, si finisce con l’anelare ai ritorno al lavoro ed ai ritmi usuali.

Non è sempre stato così. Greci e romani si concedevano all’ozio senza remora alcuna, nella perfetta coscienza che fosse uno dei pilastri della vita. Cicerone diceva che otium e negotia sono complementari, sistole e diastole della creatività e dell’umano agire. E Seneca invita l’amico Lucilio a ritirarsi periodicamente da affari pubblici e privati per recuperare se stesso nell’ozio.

Taciamo, poi, di Epicuro e dei suoi seguaci. Orazio in primis. Che fu, appunto, cantore dell’ozio come mezzo per vincere il tedio della vita ed amplificare la propria coscienza. Orazio che canta il Carpe diem, la capacità di afferrare l’attimo fugace e di goderne con un’intensità assoluta.

Coglierlo nella sua semplicità e bellezza essenziale. Una coppa di Falerno alla luce della lanterna in compagnia d’amici. Una notte d’estate stesi su un prato ad ascoltare musica e contemplare le stelle, vicino ad una splendida donna che sembra uscita dal pennello di Botticelli. Che nella sua Primavera ha saputo come nessun altro rappresentare la dolcezza dell’ozio creativo.

Lo comprese bene Goethe, quando fece finalmente pronunciare a Faust la frase “attimo, fermati: sei bello!” dopo una lunga teoria di fatiche amori e imprese.

Alle origini della nostra civiltà non c’ è una figura di manager affannato, di frenetico affarista, di frustrato che insegue vane sensazioni. C’è Socrate, seduto comodamente nell’agorà che conversa coi discepoli più ponendo domande che fornendo risposte. È così che è nato il pensiero occidentale. Nell’ozio filosofico e creativo. Certo, sua moglie Santippe aveva parecchio da ridire su quel perdigiorno. Ma si sa, come scrisse poi Guareschi “la moglie è l’oppio dei popoli”.


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