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Vi è un racconto di Borges che si intitola “Il giardino dei sentieri che si biforcano”. Titolo che, già di per sé, appare una perfetta metafora della vita. Che, appunto, è un giardino.

Quindi uno spazio chiuso e delimitato. Dove si intrecciano sentieri. E dove, soprattutto, è sempre necessario scegliere quale via seguire.

Alla fine si torna sempre a Dante. All’immagine della barca in un oceano dalle mille correnti e battuto da venti contrastanti. Ognuno di noi però, ha in mano gomena e timone. Sta a lui, alla fine, la scelta della rotta.

Sentieri, rotte, correnti… Ci parlano del Destino. E degli incontri. Perché il destino è contrassegnato da alcune pietre miliari. Che sono, appunto, gli incontri con altri. I sentieri che si incrociano. Ma l’incontro, quello vero, è cosa rara. Non è da tutti e, soprattutto, necessita di venire riconosciuto.

Naropa cercava nella foresta il suo maestro. E questi, il grande Tilopa – il capostipite della Luce sul Sentiero, la scuola da cui , in seguito, verrà Milarepa con il suo canto – gli apparve sotto diversi aspetti. Ma ci volle molto perché Naropa lo riconoscesse, e cambiasse , così, il suo destino.

Questa storia è ambientata nelle solitudini della foresta tra l’India e il Tibet. Ma incontrarsi è molto più difficile nella desolazione caotica della città moderna. Per lo più si va in giro, si frequentano posti e locali. Si vede gente. Come in “Ecce bombo”, che resta il miglior film di Nanni Moretti. Ma non si incontra davvero nessuno. Si può trascorrere tutta una vita, lavorare, innamorarsi, sposarsi una o più volte, avere dei figli… senza aver mai incontrato nessuno. O meglio, senza averne preso coscienza.

Perché il problema è il riconoscimento, l’agnizione. Come nella tradizione delle commedie degli equivoci. Nella Calandria del Bibbiena. Nei Due gemelli di Verona di Shakespeare.
Incontrarsi infatti significa riconoscersi. Prendere coscienza di un legame, di una consonanza profonda. Che, nel bene o nel male, ti cambia per sempre la vita.

L’incontro, se autentico, non necessita di dipanarsi nel tempo. Non necessita di divenire una storia. Può essere anche un solo momento, uno o rari giorni. Che però diventano memorabili. Non vanno solo a fare volume come tutti gli altri.

Dante, nella Vita Nova, narra rari, e fugaci, incontri con Beatrice. Eppure da quei momenti è dipesa tutta la sua opera. E quindi la sua vita.

Non vi sono luoghi deputati all’incontro. Può avvenire su un vagone della metropolitana come di fronte ad una antico castello. Su una spiaggia assolata e rumorosa, come nel silenzio delle montagne. All’alba o nel cuore della notte. Ad un concerto scintillante di luci come nell’ombra di una biblioteca. E si può parlare molto, come restare in silenzio.

Ciò che conta davvero, è che avvenga. E che se ne prenda coscienza. Tanto da cambiare il nostro destino. Come la fantastica figura di Morgan, il grande pirata, nel romanzo di Steinbeck “La Santa Rossa“. La cui vita avventurosa e le cui memorabili imprese vengono determinate da una donna vestita di rosso intravista, nella giovinezza, sulla tolda di una nave. E poi cercata ed inseguita sino alla morte.


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