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Le relazioni, quelle autentiche, non occasionali, sono un “farmakos”. Che in greco ha il duplice significato di medicina e veleno.

Il simbolo del caduceo, la verga con avvolti i due serpenti che è canonico attributo di Hermes. Ed Hermes, il Mercurio romano, è divinità che non solo ha a che fare con la sapienza e con la stessa arte medica, ma anche con l’eros. O, più esattamente, con le complesse relazioni tra uomo e donna.

Non a caso Plauto gli attribuisce un ruolo fondamentale nell’Anfitrione. Tragicommedia degli inganni, certo, ma che ha una straordinaria capacità di analizzare la complessità dei rapporti fra universo maschile e universo femminile. Che sono due cosmi lontani, che si sfiorano, certo, ma restando pur sempre polari. Yin e Yang.
Tenebra e luce.

Certe relazioni sono veri e propri tossici, altre dei balsami che curano ogni ferita. Alcune esaltano le qualità , le valorizzano. Altre, più frequenti , le deprimono. E spesso la donna si imprigiona da sola in una relazione che la devasta, avvilisce, cercando disperatamente amore da chi, invece, è solo capace di prendere. Anna Karenina ne rappresenta una sorta di archetipo. Si dice che le donne siano attratte dai mascalzoni, come in Teorema di Marco Ferradini. In realtà è un aspetto di quella febbre di autodistruzione che attraversa questa nostra epoca. Cupio dissolvi.

Non c’entrano però nulla De Sade o Masoch; le loro erano perversioni eleganti, raffinate . Potenti stimoli intellettuali, ancorché deviati verso la tenebra. Qui ed ora la cosa è molto più banale, volgare. Un uomo che cerca di deprimere l’autostima di una donna lo fa soltanto per essere sicuro del possesso. Per esercitare una sorta di, comodo, diritto di proprietà.

Ma così facendo, in realtà, invigliacchisce e perde anche se stesso. E qui la figura paradigmatica è ben rappresentata da Leo, ne “Gli indifferenti” di Moravia. Ma un po’ in tutti i romanzi dello scrittore romano compaiono personaggi maschili di questo tipo. E, per converso, figure di donne disperatamente avvilite e succubi.

Al polo opposto vi è quello che fu chiamato Amor Cortese. Che fu composto da molte cose. In primo luogo però dalla capacità di prestare attenzione alla Donna. Che diveniva conferirle “valore” o “pregio”. Apprezzamento delle sue virtù. Esaltazione della sua grazia , del suo portamento, del suo fascino. E della sua bellezza, ovviamente.

Una prassi d’amore che nobilitava l’animo dell’uomo, lo rendeva degno di essere “cavaliere”. Dai trovatori di Provenza allo Stil Novo, dalle Rime rinascimentali di Lorenzo il Magnifico sino alle Elegie per Diotima di Hoelderlin: sempre l’attenzione e l’esaltazione del valore della Donna hanno rappresentato la forma più nobile, e nobilitante, dell’amore.

Poi tutto è stato dimenticato. Il cavalier servente, a poco a poco, è divenuto personaggio ridicolo, da commedia. Da farsa. Ed è subentrato, come dicevamo, il pigro, indolente Oblomov, incapace di amare. O, peggio, il vile profittatore moraviano. E la donna avvilita e svilita è divenuta specchio disperato del degrado della nostra cultura.

Il Cavaliere è ormai figura di cui ci si fa solo beffe. E tuttavia come dice Don Chisciotte nella geniale rivisitazione filosofica di Unamumo “Il regno dei cieli appartiene ai beffati. Non ai beffardi”.

E poi, in fondo al suo cuore, ogni donna vorrebbe essere trattata, e valorizzata, come la leggendaria Dulcinea del Toboso. Non usata e poi gettata via come uno straccio. Come l’infelice Anna Karenina.


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