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Oggi l’uomo comune continua ad attendersi un’opinione su di sé e quindi si assoggetta istintivamente a essa.

(261, Al di là del bene e del male, F. Nietzsche).

È questa proprio una malattia infestante che artiglia il buongusto e intasa il più piccolo spiraglio di coscienza e di autocritica. È un’infezione che metastatizza ogni aspetto della vita – da quella di relazione a quella lavorativa, da quella politica a quella intellettuale – negando il minimo margine di autocritica.

Prendete i figuranti politici. Dall’ultimo eletto del più sperduto consiglio comunale fino all’ultimo esibizionista parlamentare, ogni gesto ed espressione è legato all’apparizione pubblica, al criterio di valutazione della massa. Razzolanti come tacchini, perché aquile e pavoni non lo diventeranno mai, gonfiano finti pettorali e raddrizzano simboliche schiene, messi a dura prova da inchini e riverenze.

Il massimo della loro chiusura narcisistica lo percepiscono nella credenza autoalimentata di essere invidiati, ignari che l’invidia parte proprio dalla bassezza dei loro lividi sodali. Basta assistere con distacco agli sgambetti, alle trappole, alle imboscate che si tendono l’un l’altro, per capire, da uomini differenziati, quale sia lo spessore della loro personalità.

Infestati da quello che Tascio Cecilio Cipriano ha definito “tarlo dell’anima”, hanno una struttura caratteriale talmente fragile che quando sono messi in difficoltà, o hanno anche solo la percezione di essere scoperti in qualche debolezza, reagiscono istericamente, togliendo il saluto, eliminando il numero di telefono, sibilando malizie, sabotando amicizie. Affiora, dal profondo, quel maligno dispiacere rimosso di riconoscere la superiorità reale degli altri, i cui meriti sono stati negati proprio dalla loro attitudine all’inganno e alla fraudolenza.

Con un meccanismo ben noto alla psicologia, accade una cosa paradossale per i non addetti ai lavori: una invidia che si potrebbe dire controfobica verso coloro che non li considerano a sufficienza, e che quindi diventano lo specchio della loro cattiva coscienza. Ed è così che i supposti invidiati sono, in realtà, degli invidiosi irrecuperabili, inconsciamente legati al giudizio di valore degli altri, con il risentimento maligno che non è solo infelicità per le qualità altrui, ma godimento di eventuali disgrazie e fallimenti.

C’è però una variabile che i presunti invidiati invidiosi o invidiosi supponenti invidiati non hanno la capacità né etica né psichica di cogliere: l’assoluta assenza di piacere della loro condizione.

La loro rappresentazione e il loro avere mai potranno compensare la fragilità e l’inconsistenza del loro essere. Per cui, se per gli uomini differenziati una disgrazia o un fallimento sono solo esperienze di vita di cui usufruire per un continuo miglioramento dell’unica esperienza terrena che ci è data da sperimentare, per gli altri diventano sconfitte e smacchi devastanti, attacchi definitivi alla loro inconsistenza e, finalmente, alla messa in evidenza del falso-Sé pubblicamente esibito.

E così, il tarlo di Cipriano avrà finalmente concluso la sua opera.


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