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Uno: Da una settimana abbiamo “ripreso”!
La Talpa: Davvero? A fare cosa?
Uno: Ah … non saprei. Non sono pronto a rispondere alle domande esistenziali: stavo solo pensando allo spritz.

Finita la tempesta, riprendiamo la navigazione spostandoci verso la meta. Quella impostata all’inizio del viaggio, perché quando le forze della natura si stavano abbattendo proprio su di noi, abbiamo sospeso la convinzione di raggiungere la destinazione nel tempo prefissato.

Abbiamo lottato non per avvicinarci alla destinazione, ma per conquistare tempo nella speranza che le avversità cessassero. Adesso, invece, possiamo di nuovo puntare la prua verso la meta, novelli Achab.

Ci risiamo: tempo e spazio. Per guadagnare tempo abbiamo sacrificato lo spazio. Questa volta.

Altre volte per conquistare lo spazio abbiamo dedicato il nostro tempo.

Uno: Allora, abbiamo ripreso. D’ora in poi … spazio purché sia!
La Talpa: E il tempo?
Uno: Dici che è già l’ora dell’ape?

Insomma, o uno o l’altro, tempo oppure spazio. Non siamo capaci a coniugare: abbiamo abbandonato la complessità, strada che condurrebbe alla vastità.

Se ci possiamo muovere, non importa se perdiamo tempo, se vaghiamo senza una meta. Ma allora ci stiamo giocando anche lo spazio: se perdiamo tempo è perché vaghiamo senza sapere dove andare. E quando avevamo cercato di fermare il tempo, non ci importava dove fossimo diretti.

Non avevamo un progetto fino a una settimana fa – “riprendere, convivendo con un rischio in più” non è un progetto, tutt’al più una manifestazione di rassegnazione – e temo che non lo abbiamo neanche adesso.

Non sappiamo proprio a cosa aggrapparci.
Magari abbiamo solo sbagliato tempesta: quella di prima era un annuvolamento.

Uno: Cameriere, mi sposto in un tavolino interno: non vorrei che le prime gocce di pioggia cadano proprio nel mio bicchiere


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