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Dice il professor Anselmo Paleari che il mondo altro non è che una stanza avvolta dalla tenebra. Una stanza che ci è, nella sostanza, estranea, come quando si trascorre la notte in un albergo sconosciuto, e ci si sveglia di colpo, cercando a tentoni l’interruttore della luce…

Ed è, aggiunge lo svagato filosofo pirandelliano, come se ognuno di noi avesse sulla testa un lanternino. Di cui non siami coscienti, e che emana una luce vaga, incerta . Che noi chiamiamo realtà..

Il problema è che quei vaghi e tremanti aloni non coincidono se non parzialmente ed anche solo per brevi momenti. Ognuno vede solo il suo. E pensa che abbia valore assoluto.
Di qui , in sintesi estrema, il problema delle relazioni fra esseri umani, della società, della politica. E se vogliamo anche dell’amore. Che è, poi, il grande enigma delle nostre esistenze, la cartina di tornasole del senso, o non senso, di queste.

Chiamiamo le cose con gli stessi nomi. Usiamo, più o meno le stesse parole. Ma per ciascuno di noi hanno significati molto diversi.

Hegel sosteneva che conoscere una parola corrispondeva a possedere il concetto corrispondente. È vero, ma solo sino a un certo punto. O forse solo in superficie. In senso lato. Generico. Per quello che riguarda una sorta di minimo comun denominatore sul quale ci siamo dovuti, forzatamente e inconsciamente, accordare. Perché siamo animali sociali, dopo tutto. E ci tocca convivere..

Nello specifico, però, le divergenze, anzi le assolute incomprensioni dominano. Insomma, la famosa, famigerata incomunicabilità di cui tanto psicologi e sociologi si riempiono la bocca. E che, per altro, è uno dei temi pervasivi della letteratura contemporanea. Pensiamo a Moravia, al suo capolavoro, opera giovanile, per altro. Gli indifferenti. Che intrecciano molti temi, certo. Ma uno dei più forti, che sostanzia tutta la narrazione, è l’egocentrismo dei personaggi. L’incapacità anche solo di concepire gli altri. E di comprendere le loro parole.

O ricordiamo Francis Scott Fitzgerald. “Tenera è la notte” soprattutto. L’incomunicabilità tra amanti. Che nasce da concezioni diverse dell’amore. E porta addirittura alla patologia.

Già, perché due uomini possono dire alla stessa donna “Ti amo” . E le parole suonano uguali. Ma suonano soltanto. Perché dietro si possono celare due universi antitetici. Alieni.

E la donna può anche lei attribuire a quelle stesse parole un significato altro. Diverso e inconcepibile da entrambi.

E se è così per l’amore, lo è per tutto. Perché Eros, come nella narrazione esiodea, è la forza primigenia che crea, dalla Notte, l’ordine universale. Il Cosmo. E quindi quella che dà il loro nome alle cose.

Un onere che, secondo la speculazione rabbinica, toccò ad Adamo. All’Adamo Kadmon, primordiale. Androgine, e quindi essere perfetto. Javè gli disse di dare nome alle cose e agli esseri creati. E lui lo fece, nella lingua degli angeli. Che secondo Isidoro da Siviglia era l’ebraico antico.

Ma poi vi fu Babele, con la sua Torre. E i popoli si divisero.
La nostra Babele è più vasta. Più capillare. Ognuno parla una lingua diversa, che solo in apparenza è simile a quella di altri. Di qui la solitudine nella folla. Il destino dell’uomo contemporaneo.


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