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È particolarmente difficile, ormai, trovare qualcuno che non esibisca un tatuaggio, una indelebile timbratura sul corpo. A volte non è visibile, ma viene sottointesa in un discorso e indicata in qualche zona accessibile solo a qualche eletto della conoscenza più intima.

Se tu entri in un discorso critico a riguardo di questa assodata consuetudine, che è diventata una trasgressione di massa o una omologazione trasgressiva, la prima cosa che ti dicono è che questa pratica si perde nei secoli del genere umano.

Vero, verissimo, tanto che la letteratura antropologica fa addirittura riferimento all’età della pietra, a quei cavernicoli che si identificavano attraverso personalizzate incisioni cutanee. Piccolo particolare: il disegno corporeo si colloca in un’epoca in cui la scrittura intesa come comunicazione condivisa per sintassi e senso era assente, ed in cui anche il linguaggio non aveva la strutturazione della parola come la conosciamo noi.

Poi, altra specificazione: il tatuaggio, nel corso del tempo, è diventato significazione di chi la parola non poteva esprimerla direttamente per condizioni costrittive o situazioni altamente rischiose – marinai, detenuti, soldati di ventura – quindi decidevano di passare al segno, alla certificazione cutanea del mestiere, di un amore, di un momento significativo, di una carriera criminale o altro.

Da alcuni anni, la pratica della timbratura incancellabile è fonte delle interpretazioni più disparate che vanno dall’abbellimento del corpo all’esorcismo di una paura, dalla stabilizzazione di un pensiero alla comunicazione di un’appartenenza, ma ci sono delle peculiari motivazioni psicologiche e simboliche in questa attuale moda sociologicamente trasversale.

La prima è legata alla diffusione degli apparecchi di comunicazione e ai dispositivi social ad essi associati. Il tempo non regola più la relazione interpersonale, ma ogni fatto, sensazione, opinione o giudizio è regolato da una velocità incontrollabile. Oggi si mandano informazioni: la comunicazione e l’ascolto sono altre cose.

La seconda è data dalla precarietà e dalla transitorietà di tutti i rapporti sia umani che politici. Si cambiano partner come partiti, giurando fedeltà ai primi e rispetto elettorale ai secondi.

Ecco, quindi, la timbratura di un nome o di un simbolo, per definire la propria incrollabilità, l’indisponibilità al defezione.

Come nell’antichità l’impegno veniva siglato con il sangue, oggi viene marchiato con l’inchiostro.

C’è , però, un aspetto negativo in questa moderna prassi tatooista. Quello regressivo della negazione della parola. Si è ritornati al primitivo, all’aborigeno nel senso etimologico di un tempo originario muto e introverso. La parola non assume più i suoi svariati significati simbolici – affettività, onorabilità, responsabilità, affidabilità – ma è stata destituita di valore e trasferita alla firma.
Insomma, se non c’è un significato simbolico interiore, il tatuaggio è 0soltanto una delle tante segnature come quelle che certificano la privacy, il consenso informato, l’assenso all’espianto di organi ed altre amene obbligazioni burocratiche.


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