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Vi sono oggetti della quotidianità che hanno un significato particolare. Oggetti che consideriamo banali, e invece… Lo specchio ad esempio. Tutti, anche se in misura e con modalità diverse, abbiamo un rapporto con lo specchio. O con gli specchi.

Vi è chi si limita ad un momento radendosi al mattino, e chi, invece, vi trascorre davanti ore in una contemplazione di se stesso perennemente sospesa tra compiaciuto edonismo e una vena, neppure tanto sottile, di masochismo.

È l’Andrea Sperelli de il Piacere, alter ego dello stesso D’annunzio, che si prepara, con gesti, lenti, per un effimero appuntamento erotico. E, guardandosi allo specchio, ricorda. Vede, come in un lampo, i momenti salienti della sua vita, e la sua tormentosa passione per Elena Muti. Perché tutto è lì, in quell’immagine di sé stesso che lo specchio gli rimanda. Impietoso.

Lo specchio, in effetti, cela in sé qualcosa di inquietante. È una strumento con un potere ultraterreno. Magici. Gli antichi maestri vetrai che li molavano erano considerati maghi. Come i fabbri.

Giuliano Kremmerz – al secolo Ciro Formisano, uno dei grandi esoteristi di tradizione italica d’inizio ‘900 – dedica pagine di grande suggestione alla magia degli specchi. E qualcosa sul tema si trova anche in Ur, l’ incredibile rivista diretta da un Julius Evola – ancora fresco della folle e stimolante esperienza Dada – che vide convergere un gruppo straordinario di geni irregolari, dal matematico pitagorico Arturo Reghini, al poeta Arturo Onofri..

Lo specchio esercita un fascino particolare perché ha a che fare con la conoscenza de se stessi. O meglio, del proprio lato nascosto. In buona sostanza il mistero del doppio. E l’interrogativo, ossessionante, sulla consistenza della realtà. È il monologo dello zio Laudisi, in una delle più significative opere di Pirandello, “Così è se vi pare”. Davanti allo specchio, la domanda : sei tu il mio riflesso, o sono io il tuo?

Nelle fiabe – che affondano le loro radici nella più remota antichità, quando i popoli non erano ancora realtà, e le culture ad uno stato primordiale – lo specchio ha sovente un suolo chiave. Crimilde, la bellessima regina, apprende dallo specchio magico che Biancaneve è più bella di lei. Poi, per eliminare la rivale, si trasforma in un’orribile vecchia megera. Ma la strega vecchia, se vi pensiamo bene, non è che il riflesso dell’anima di Crimilde. Che rivela così il suo vero essere. Mentre Biancaneve è più bella, perché interiormente pura.

Lewis Carroll aveva il senso della fiaba. Dote rara. La sua, sonnolenta, Alice si chiede cosa vi sia al di là dello specchio. Vi entra. E si ritrova nel mondo, magico, degli scacchi. Dogson, questo il suo nome quando non scriveva fiabe, era un logico ed un matematico di valore. E gli scacchi sono, appunto, un esercizio di tali scienze. Strano esercizio, però. Strana logica, pervasa da un afflato che ci riporta ai mondi matematici di Pitagora e Platone.

Alice piacque a uno dei maestri della fantascienza, Isaac Asimov. E soprattutto a Borges, nella cui opera, in versi e in prosa, gli specchi, il doppio, la realtà alternativa ritornano ossessivamente. E Joyce vi allude varie volte nelle allucinate Veglie del suo Finnigan.

Specchiarsi, dunque, non è solo studiare il tuo volto, magari scrutando con timore i segni, le rughe dell’invecchiamento. Come fanno da sempre le belle donne, tanto che una leggendaria bellezza veneziana, amata da D’annunzio, si recluse infine nel suo palazzo. E ordinò di coprire tutti gli specchi. E come fanno, oggi, anche sempre più uomini, vittime di un pervasivo narcisismo. Specchiarsi è una possibilità di andare oltre il limite, usuale, delle rappresentazioni che ci imprigionano. Liberarsi, scoprendo il lato nascosto, quello in ombra di ciò che chiamiamo realtà.

Un’esperienza che può sconvolgere. E spingerci a vedere la vita con altri occhi. Un’esperienza non priva di rischi, però. Narciso non seppe andare oltre la parvenza. Non seppe riconoscersi. Sparì nel fiume e divenne un luminoso ed effimero fiore d’acqua.


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