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Cos’è la gentilezza? Quesito non proprio campato in aria, visto che si tratta di una di quelle parole che quotidianamente decliniamo nelle forme più diverse e nelle più diverse accezioni.

Da un punto di vista etimologico la si può far risalire a “gens”, termine latino che indicava, per semplificare, un clan. Un gruppo di famiglie con un capostipite comune. E rappresentava il fondamento della società romana. La gens poteva essere tanto patrizia, quanto plebea. Con il tempo, però, il termine cominciò a venire usato per indicare una ascendenza antica. Quindi nobile.

Fu nel, cosiddetto, tardo medioevo che la gentilezza assunse un valore tutto particolare. Per colpa dei poeti, ancora una volta, che la posero come uno dei cardini del loro ragionare in versi. Ragionare, ovviamente, d’amore, perché questo divenne in breve il tema principale, se non addirittura esclusivo, di tutta la lirica romanza.

Mettendo in un angolo gli altri temi che venivano tanto dal mondo classico quanto dall’immaginario barbarico dei germani invasori. In particolare quello della guerra. E, quindi, delle virtù con essa correlate : il coraggio, l’onore e la fedeltà. Che, tuttavia, non furono cancellate, abrase dalla memoria culturale. Piuttosto subirono necessaria metamorfosi, venendo ricalibrate nel nuovo contesto. Divenendo le virtù necessarie all’Amante per conquistare il cuore dell’amata.

Perché il corteggiamento – altro termine entrato in uso nello stesso periodo – era, a suo modo, una guerra. Un assedio. E richiedeva una sua, particolare, aristia. Una diversa declinazione dell’eroismo. Un eroismo “erotico” che solo rende l’amante degno di conquistare la Donna. Che non rappresenta più un mezzo per giungere a compiere l’impresa come Medea sedotta da Giasone in Apollonio Rodio. È infatti la Donna stessa il fine ultimo dell’impresa. La città fortificata con alte mura da espugnare. E la gentilezza è virtù essenziale per giungere alla conquista.

Guinizzelli dice, nella Canzone con cui diede inizio allo Stil Novo, che non vi è autentico amore senza “Cor gentil”. E Dante definisce Beatrice “gentilissima”. Superlativo assoluto che sta ad indicare l’unica donna degna, per lui, d’amore.

Borges, in uno dei suoi straordinari Saggi danteschi, si interroga non senza ironia chiedendosi se Beatrice si fosse mai accorta dell’amore di Dante. Se l’avesse mai , in qualche modo corrisposto. Domanda retorica. Come lui stesso sapeva bene. Quello che contava era la virtù del poeta, quindi il suo avere cuore gentile. Che, prima o poi, conduce al Guiderdone. Al premio, alla conquista. Che può avvenire in questo come in altro mondo. L’incontro con Beatrice, trionfante su un carro allegorico, nel Paradiso Terrestre.

La gentilezza, quella vera, viene dal cuore. Come il coraggio. Non può essere simulata. Quando Valmont, il cinico eroe delle “Relazioni pericolose“, diviene davvero gentile, si accorge di essersi, per la prima volta, innamorato.

E la gentilezza è tema centrale nelle commedie amorose di Shakespeare dalla Bisbetica a Molto rumore per nulla. E ancora: alla gentilezza di cuore si deve temprare il giovane e selvaggio Julio prima di divenire degno dell’amore di Simonetta nelle, splendide e incompiute, Stanze del Poliziano.

Oggi la gentilezza appare dimenticata in tutte le tue accezioni, in particolare in questa, erotica, di cui stiamo parlando.

Siamo nell ‘epoca dell’ approccio coatto, dell’invito diretto e volgare. O dell’ironia venata di disprezzo che copre la mera pulsione sessuale priva di ogni poesia.

Sembra che siano queste le nuove, invertite, virtù che portano a facili conquiste.

Eppure, quale donna non vorrebbe sentirsi trattare con antica gentilezza come Dama di un castello?
E quale uomo, sentendosi dire “sei gentilissimo” dalle labbra di una bella donna, non corre il rischio di sentirsi un po’ cavaliere, un po’ Trovatore?

Poi, naturalmente, subentra l’usuale paura dei sentimenti, il falsificante senso del ridicolo. Il timore di mostrare quella che, erroneamente, si interpreta come fragilità.

E ti torna ad essere i soliti coatti ammantati di squallido cinismo.


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