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John William Waterhouse fu capace di rappresentare la Donna come pochi altri nell’età contemporanea. Anzi , forse come nessuno.

Le sue figure femminili,con i lunghi capelli di oro rosso sciolti sulle spalle o raccolti in trecce, l’incarnato pallido, gli occhi preferibilmente verdi come il sottobosco esprimono struggimento e magia. Evocano atmosfere dalla saga Arturiana e dallo Shakespeare del Sogno di una notte di Mezza Estate e della Tempesta.


Figure femminili sospese fra un esplicito richiamo alla poetica stilnovista – Matelda prima, poi la stessa Beatrice nel Paradiso Terrestre – ed una sensualità che risuona come nei Fiori del Male di Baudelaire.

D’Annunzio com’è noto, ricorse alla stessa estetica nelle figure di donne dei suoi romanzi, dal Piacere all’Ippolita Sanzio del “Trionfo della morte” sino alla Foscarina del Fuoco, che si staglia ardente di passione sullo sfondo di una Venezia immaginaria, uscita dai pennelli di Tintoretto e della scuola veneta.

Ma anche in Pascoli, nella sensualità compressa delle due Donne, Maria e Rachele, della “Digitale purpurea” troviamo la stessa sensibilità pre-raffaelita. Di cui Waterhouse fu l’estrema, originale, declinazione.

Una sensibilità che cerca di declinare insieme spiritualità estrema ed intenso, sottile ed elegante, erotismo.

È la visione più alta del Femminile raggiunta dalla nostra epoca. Il sogno, e l’ambizione, di raggiungere il Cielo non rinunciando al corpo, ma sublimando la sua, naturale, sensualità. Facendo della bellezza fisica il simbolo, quindi la Porta che conduce ad una dimensione superiore dell’essere.

Un’opzione insita nella modernità. L’incontro fra ascesi e passione. Fra anima e corpo, come già adombrato nella Laura di Petrarca. Una delle chiavi per comprendere la sintesi fra Oriente ed Occidente che rappresenta il portato più alto non di un confuso Melting Pot culturale, bensì di incontro e fusione armonica fra diversità e paesaggi interiori remoti. Lo aveva ben compreso Yukio Mishima, che rappresentò in “Neve di primavera” questa sintesi di corpo e spirito nella stupenda figura di Satoko.

Con la delicatezza evanescente di una china su carta di riso, e la potenza erotica di un poeta maledetto.

La sintesi di culture fra loro remote non è infatti annichilimento in una melassa indistinta priva di gusto e sfumature. È all’opposto magia spagirica, incontro fra universi mitici ed estetici.

Come nella Satoko di Mishima, o nelle appassionate donne dai celtici, rossi capelli di Waterhouse.


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