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Nella memoria di ogni uomo vi è l’immagine di una donna che fugge. O che gli è sfuggita. È capitato a tutti, almeno una volta nella vita.

Una serata fra amici in spiaggia davanti ai fuochi di ferragosto. Un concerto in una località incantata, andato avanti sino a tarda notte. Le risa, il gioco degli sguardi.. Poi, d’improvviso, lei si gira, ti guarda con occhi velati, che ti sembrano magici e…”Scusami, devo andare..“.

È capitato a tutti. Una volta almeno. Per lo più si prova una momentanea delusione. Come il cacciatore che vede la preda svanire nel folto un attimo prima di premere il grilletto. Poi passa. E si va in cerca di altra preda.

Ma qualche, rara, volta è diverso. Resta la sensazione che quello che ti è sfuggito sia molto di più di un bacio o di un amplesso occasionale. Che sia una parte importante della tua vita quella che si è allontanata con lei. O meglio un lato oscuro, ignoto ed inesplorato del tuo essere che, per un attimo, ti si è rivelato nel suo sorriso e nel suo sguardo.

E allora nulla potrà più essere come prima.
Senza saperlo, in quel momento, si è di fronte ad un archetipo. O meglio si è immersi in una dimensione altra. Quella del mito.

Dafne che sfugge ad Apollo, e diviene la pianta sacra dell’alloro. Euridice che per fuggire al desiderio di Aristeo svanisce negli Inferi. Lasciandolo solo con la sua maledizione.

Poi, su tutte, Angelica. Invenzione geniale del Boiardo, che diede vita nel suo Orlando Innamorato ad un intreccio di fughe ed inseguimenti senza precedenti. Che diviene folle e frenetico nella “Gionta” il capolavoro dell’Ariosto. Ripresa, a cavallo fra i ’50 e i’ 60 del secolo scorso, l’eroina fuggente, nel nome e nei caratteri essenziali in una serie di romanzi popolari di Anne e Serge Golon. Da cui il ciclo di film “Angelica marchesa degli angeli” con una favolosa Michelle Mercier, conturbante con quella chioma leonina rosso oro.

Fugge Teresa nell’Ortis foscoliano, in una minaccia di tempesta. Dopo un unico, fugace, bacio. E le parole, “io non potrò esser vostra mai“, segnano il tragico destino del personaggio..

E fugge, soprattutto, la figura femminile de “Il richiamo di Alma“, piccolo capolavoro dell’ingiustamente dimenticato Stelio Mattioni. Un’intera esistenza dedicata ad inseguire una donna inafferrabile appena intravista con un abito bianco. Una donna cercata nei volti di tutte le altre. Una ricerca che spinge il protagonista a divenire scrittore. Unico modo per sentirla vicina. Unico modo per farla sua. Fino ad un finale che evito di raccontare, nel caso qualcuno, o qualcuna volesse riscoprire questo romanzo.

La donna che fugge, come la cerva bianca nelle Stanze di Poliziano, è il segno di una prova interiore. È una forma di iniziazione. Ti costringe a misurarti con te stesso, con la tua capacità di determinazione. Ti costringe a dimostrare di essere davvero un uomo. Come nei riti dei Dakota: il giovane cacciatore doveva inseguire il suo animale totemico senza mai stancarsi per poter divenire davvero uomo e guerriero. Doveva dimostrare di… amarlo. Un inseguimento simbolico, che può richiedere tutta la vita.


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