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Sabato 7 luglio sono iniziati ufficialmente i saldi e in quel di Torino, nella celebre piazza San Carlo il serpentone consumista ha preso d’assalto Olympic.

No, non è un surrogato di Apple ma un celebre negozio d’abbigliamento che pare abbia deciso (dopo 81 anni di onorata carriera) di chiudere i battenti.
I saldi sembrano la visione meno drammatica de “La notte del Giudizio”: siamo meno violenti, certo. Ma inebetiti più del solito, capaci di minacciare a caso la tizia di turno rea di aver puntato la “nostra” stessa sciarpetta da due soldi.

L’idea di scriverne, l’ho letteralmente rubata a un docente del mio vecchio corso di studi (non me ne voglia) che impavido scrive su Facebook:

“[sconforto del sabato mattina]
Un popolo che in un sabato estivo con 30 gradi si mette in coda di prima mattina per comprare dei vestiti in saldo (eccolo l’impegno civile, le cose per cui la gente è disposta a spendersi) è normale che esprima politicamente Salvini e Di Maio. Siamo antropologicamente marci.”

Ora. Sul fatto che siamo antropologicamente marci, nulla da obiettare.
Mettiamo in dubbio la veridicità di qualsiasi cosa ma sappiamo argomentare benissimo i motivi per cui la terra è piatta e le scie chimiche uno strumento di distruzione di massa.
Siamo perfettamente calati nel ruolo di medico (dieci vaccini sono troppi), di ingegnere (questi tram hanno qualcosa che non va) di agente commerciale (vedi i vari Avon, Fitvia o “Juicequalcosa”) o di avvocato (qui vorrei citare il Premier Conte ma lascio stare).

Che la coda sia invece espressione di una politica firmata Lega/Cinque Stelle ho qualche dubbio. Le file hanno resistito a Berlusconi, Prodi, Letta, persino Monti e Renzi.
Le masse di pirla in coda le vedo, ahimè, ogni anno.
E ogni anno mi tengo il più possibile alla larga da qualsiasi negozio abbia posto in vetrina una gigantografia della parola “Saldi”.
Mi deprime vedere uomini, donne (e bambini) lanciati come birilli impazziti fra ceste e scaffali sotto lo sguardo attonito (e forse anche un po’ schifato) dei poveri commessi/e.
Ogni anno, la solfa si ripete.

Mi lasciano però perplessa alcuni commenti al post di Enrico. Uno in particolare: “questo è il genere di snobismo che ha allontanato la sinistra dai cittadini”.
Ah. Posso darvi almeno una quindicina di nomi di gente a destra (molto a destra) che la pensa esattamente allo stesso modo e se discutere di quanto siano pirla quelli in coda sotto il sole cocente è da radical chic, bene, anch’io sono una radical chic. E incallita direi.
Perché non si tratta di snobismo ma di buon senso.

Sicché penso a quanti, d’estate, si mettano in coda da Grom (perché fa figo) quando ci sono almeno una dozzina di gelaterie artigianali vuote nella stessa zona.
O quanti “cinque euro per le terme sono troppi, ci vada lei che può” per poi sconfanarsi piatti di patatine unte e mollicce alla modica cifra di otto euro.
Di Apple non parlo, sarebbe come sparare sulla croce rossa.

Insomma, nei commenti c’è chi parla di “disprezzo mal celato nei confronti del popolo”.
Ma il popolo siamo noi. Siamo quelli in fila e siamo quelli che la fila la scansano.
Siamo quelli poco istruiti e quelli con la carta appesa al chiodo. Siamo quelli con l’American Express e quelli che i soldi li nascondono nella credenza, fra lo zucchero e il sale.
Siamo quelli che usano i marciapiedi come cestino e quelli che impediscono al cane di farla anche sulla portiera della vostra auto.
Il disprezzo è bipartisan e non è la causa. Caso mai è la conseguenza.

Qui il post di cui vi ho parlato:


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