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Da qualche tempo, su Facebook è comparsa la pagina No all’anarchia delle biciclette a Torino.

Conta 709 like, un discreto numero di interazioni e nelle informazioni viene specificato che “la pagina nasce per rispondere al fenomeno del ciclismo urbano indisciplinato”.

Evviva la mobilità sostenibile, certo, ma a quanto pare i ciclisti torinesi (o almeno buona parte di essi) sono particolarmente restii all’osservanza delle regole.
In molti sulla pagina segnalano anche l’atteggiamento spavaldo dei rider Foodora, Delveroo & Co.: schegge impazzite che, in barba alla sicurezza, scattano in tutti i luoghi e i tutti i laghi.

La pagina raccoglie segnalazioni, immagini, video e commenti sulla “malaciclistica”.
Da un lato, c’è chi sostiene occorrano maggiori controlli, una regolamentazione adeguata e la somministrazione di multe ai ciclisti indisciplinati.
E da quando si è diffuso il bike sharing, la situazione sembra essere peggiorata di molto.
Che poi, le avete mai provate queste bici? Io si: mattoni piantati a terra.
Dopo aver percorso appena un paio di chilometri, sono stramazzata al suolo.
Capisco perché finiscano nel Po: non fossi stata occupata a ingurgitare chili di zucchero per riprendermi, l’avrei spedita direttamente su Marte.

In realtà la materia è già disciplinata a dovere e sul sito del Comune di Torino (alla pagina Torino in Bici) trovate un vademecum delle regole che ogni ciclista dovrebbe seguire: primo fra tutti, rispettare il codice della strada.

In questo caso, la verità non sta nel mezzo. Che si tratti di un’auto, una bici o le gambe, la questione è soltanto una: l’osservanza delle regole e il rispetto nei confronti degli altri.

Per quanto io assuma tendenzialmente il ruolo di pedone (il cane ringrazia), uso spesso sia l’auto che la bici. E mi sono scontrata con l’inciviltà di entrambe la parti.

Una sera, in San Salvario (quartiere di Torino, amato e odiato per la movida), ero in auto nel mezzo di una pioggia infernale.
Procedevo stile vecchio col cappello e per quanto mi sentissi una perfetta idiota, col senno di poi penso solo “grazie al cielo!”. Per farla breve: investo un povero disgraziato che in sella al suo velocipede procede come se c’avesse un esercito di zombie alle calcagna, contromano, senza luci o giubbetto catarifrangente da una stradina laterale (ricordate che in condizioni di scarsa visibilità, dovete rendervi visibili!).
C’ho perso il sonno per una settimana e dieci anni di vita.
Fortunatamente facevo la lumaca e ho un’auto che pare una scatoletta di tonno. Nessuno si è fatto male ma sarebbe potuta andare peggio.

In bicicletta, invece, di restarci secca ho rischiato io.
Classico corso munito di controviali: berlina guidata dallo stereotipo della nonnina ciecata (con nipotina a bordo) che brucia il rosso così, a caso. Cado rovinosamente nel tentativo di non farmi stendere ed è subito Wile E. Coyote. Mi rimetto in piedi con la faccia di Hellboy e l’inferno fra i pugni serrati, mi lancio verso la malcapitata decisa a spedirla fra sodomiti e bestemmiatori ma poi, il viso terrorizzato della bimbetta ha avuto la meglio.

Credo che di storie simili, ne possa raccontare chiunque. Non penso facciano differenza due o quattro ruote. Anche perché… dei pedoni non parla nessuno?
Vogliamo discutere di strisce pedonali e semafori? Ci sono per un motivo: usateli, sono gratis.
Anche perché alla storiella del “pedone re della strada”, non ci crede più nessuno.
Esistono delle normative pure per voi: leggetele.

La bicicletta ha duecento anni ma continua a essere un congegno contemporaneo e straordinario.
Consente di muoversi in libertà, ha un impatto ambientale pari a zero spaccato, è divertente, fa dimagrire e potete metterci pure le ruote colorate (le mie sono rosa: una chicca, ve lo assicuro).
Possono rendere le nostre strade migliori, la nostra aria pulita, i nostri corpi tonici ma per farlo, hanno bisogno di noi: pedaliamo responsabilmente.

Photo by Christin Hume on Unsplash


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