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L’aurora con le dita di rosa. Una delle più famose espressioni formulari omeriche. Con “Achille pie’ veloce“, “le navi dalle nere carene” et cetera. Sicuramente una delle più felici.

Anche perché, poi , nessuno è mai riuscito non dico a superare, ma per lo meno ad eguagliare la straordinaria efficacia dell’espressione omerica. Che ha il pregio dell’emozione subitanea, della pura percezione senza mediazione intellettuale alcuna. Se non quel vago accenno di personificazione: con le dita di rosa.

Per cui viene lasciato all’immaginazione di chi ascolta – Omero andrebbe infatti ascoltato come canto, musica e parole, non letto astrattamente – vedere tutto il resto.

Una fanciulla divina, con i capelli di oro rosso, che annuncia l’ormai prossimo irrompere del Carro del Sole. E che tinge di rosa l’orizzonte con le sue lunghe dita.

Il particolare, dunque, ci conduce per subitanea analogia ad una visione complessiva e complessa. Fece tesoro di questa lezione, ancora una volta, D’annunzio nella lirica “Le mani”, dove enumera le donne amate, quelle desiderate , sognate o anche solo intravviste, attraverso un unico particolare. Quello delle mani, appunto. Nulla a che fare con il feticismo, deviazione della psiche tutta moderna, ulteriormente involgarita dall’abuso di internet, ove proliferano siti dedicati ai maniaci dei piedi. Anche se si dice che il Divin Gabriele indulgesse al collezionismo di guanti (rigorosamente spaiati). delle sue, innumerevoli, amanti. Ma si tratta di cosa di ben altra eleganza.

Perché è nel particolare che si può cogliere l’essenza della bellezza. E da li risalire, poi , al tutto. All’opposto, se si guarda solo al complesso, si rischia di essere tratti in inganno. Di essere preda di una falsificante illusione ottica.

Si dice che Dante nel suo giovanile Serventese o Catalogo delle più belle Dame di Firenze – opera non pervenutaci – enumerasse le donne esaltando di ciascuna un solo particolare, ora lo sguardo, ora l’incedere, ora la compostezza dei gesti.

La Venere di Botticelli, vero e proprio modello di canone estetico, è un insieme perfetto perché fatta di particolari perfetti. Ogni ciocca scomposta dal vento, ogni sfumatura dei capelli che svariano fra tutte le tonalità tra l’oro ed il rosso, è dipinta con minuziosa perfezione. E così ogni particolare della pelle, ogni sinuosità del corpo . Rievocando, anzi incarnando l’archetipo della Laura di “Chiare, fresche, dolci acque“.

Il Barocco portò il culto del particolare all’assoluto. Esemplare l’elogio della Bella Guercia: un unico occhio, ma tale che il difetto si tramuta nel pregio che solo le cose uniche possono possedere. Edgar Allan Poe lo trasformò in vera e propria ossessione: i denti perfetti e desiderati al di là della morte in quell’incubo che è il racconto “Berenice”. Titolo che per altro rimanda alla Chioma di Berenice di Callimaco, rivisitata da Catullo e infine tradotta e reinterpretata da Foscolo. Dove la leggendaria bellezza di una regina della stirpe dei Lagidi, veniva esaltata lodandone i capelli. Che divengono, per magica analogia, una costellazione celeste.

Si può guardare in modo quantitativo. Una bella ragazza in bikini che cammina sulla spiaggia e che suscita pulsioni tanto improvvise quanto effimere. E il segno dei nostri tempi è, appunto, il regno della quantità. Per dirla con Guenon.

Ma si può anche avere uno sguardo più attento, capace di superare l’impressione superficiale e di giungere a cogliere la vera bellezza. Che nella natura come nell’arte è fatta di particolari. Una sfumatura dei capelli nella luce meridiana. Il gesto elegante di lunghe dita palesemente aduse ad esercitarsi su una tastiera musicale. L’ombra malinconica in un sorriso…

Tutto questo, se sapessimo davvero coglierlo, ci porterebbe a quella bellezza che non conosce mode ed usura. E che rivela come quella che chiamiamo realtà celi in sé segreti e misteri. Che si rivelano attraverso l’attenzione ai particolari.


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