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Analizzando Instagram probabilmente lo scrittore americano Tom Wolfe riscriverebbe il suo libro più famoso “Il falò delle vanità”.

Allora alla fine degli anni’80 si ostentava ricchezza, oggi l’immagine è il nuovo capitale, o se preferite la nuova merce da esporre sulla pubblica piazza, Instagram in questo caso.

Se per caso si affronta un viaggio in qualsiasi luogo, non si fotografa ciò che si visita, ma ci si fotografa, nel senso che il protagonista è il soggetto e l’immagine che dà di sé: immagine spesso totalmente avulsa dal contesto in cui ci si trova, slegata dal paesaggio o dal monumento in questione.

Quello che conta è l’esibizione di sé, anzi di una falsa rappresentazione di sé, che può essere caricaturale, o puntare sulla sovraesposizione in bello stile della propria immagine.

Ad esempio da piccolo non amavo mettermi in posa per una fotografia, tuttavia quelle foto catturavano qualcosa di vero, ossia il mio broncio nel luogo in cui mi trovavo.

Adesso invece la foto cosiddetta instaggrammabile, si riassume in un feticcio del sé. In questo caso conta infatti la posa plastica, l’angolatura giusta, la caratterizzazione di determinati pregi fisici o l’occultamento dei difetti.

Non c’è nulla di spontaneo, tutto viene costruito in modo plastico, cioè finto. Ormai l’esperienza del vissuto concreto e reale, non è importante viverla, è importante la sua rappresentazione e condivisione. Importante è che i tuoi follower sappiano che sei qui in questo momento.

La vita si arresta nella forma della fotografia e perde il suo scorrere fluido e partecipato del soggetto.

Ciò che si comunica raramente è uno stato d’animo che si prova in quel momento in relazione a quel determinato luogo. La foto ha la caratteristica e la presunzione di avere quella sospensione d’incredulità propria dell’opera d’arte, quindi deve avere un fascino tecnico-estetico reso tale grazie alle varie opzioni che Instagram consente, come a voler rendere la foto qualcosa di unico, raro, irripetibile.

In sostanza si mostra ciò che si vuole, ciò che è banale, e che possa catturare il favore, il commento positivo dei visualizzatori. Come in uno show, falso, costruito e preconfezionato dove ognuno di noi può essere protagonista e costruttore della propria vanità.

L’unica cosa che conta è apparire a tutti i costi. Credo ci sia quasi una forma di narcisismo patologico in questo uso compulsivo di Instagram.

Negli anni ’80, anni del cosiddetto edonismo reaganiano si ostentava il denaro e l’uso smodato che se ne faceva; oggi il denaro è sostituito dall’immagine di sé e dall’uso improprio e smodato che se fa. Arrogante e auto-compiaciuto che fa sfoggio di sé e del proprio senso dell’effimero.


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