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Ho dormito male“, mi dice l’amica con cui sono uso talvolta condividere i pensieri del mattino. “Il caldo. Le preoccupazioni. I pensieri…“.

Già, spesso con la notte arrivano i nostri fantasmi, come diceva Conrad. E ci rubano il sonno.

L’afa, c’entra solo sino a un certo punto
L’insonnia non conosce stagioni. Si potrebbe dire che conosce invece gli anni.
Ma anche questo è approssimativo, in fondo errato. Piuttosto l’insonnia è legata alla coscienza della vita vissuta. Bene o male non conta davvero: vi sono fior di delinquenti che dormono sereni e beati il cosiddetto sonno dei giusti. E viceversa, naturalmente. Quello che davvero ti tradisce, ti sottrae il sonno, ti rende perennemente inquieto è la presa di coscienza di sé. E del (non) senso della tua esistenza. Vitangelo Moscarda davanti allo specchio.

Gli insonni non occasionali, quelli ormai abituati a tale condizione, sono una strana confraternita di solitari, che non va confusa con quella dei nottambuli. Che escono, frequentano locali, cercano rumore e confusione. Poi tornano a dormire, invertendo la notte con il giorno.

Per l’insonne la notte è notte. Ed è una condanna che affronta da solo, nei modi più diversi. In un film degli anni ’80, “Pericolosamente insieme“, una Debra Winger luminosa e un Robert Redford ancora in piena forma soffrono entrambi di insonnia. Lui impiega la notte facendo ginnastica; lei svuotando il frigorifero.

L’insonnia ha talvolta a che fare con la scrittura. Con un tipo di scrittura tutta particolare però. I grandi sognatori – Junger, Borges… – non sono insonni. Nel sogno vivono in altre dimensioni. Altre vite. La loro scrittura è vivida, attraversata da bagliori, folgorazioni. È ariosa.

La scrittura degli insonni è molto diversa. Montale soffriva d’insonnia cronica, tanto che Ungaretti, con cui non si amava, l’aveva soprannominato “il gran sonnambulo”. La sua poesia è di fondo aspra già nei giovanili “Ossi di seppia“, e lo diviene sempre più nel tempo. Lascia l’amaro in bocca. Disturbate divinità, anelli che non tengono, anguille… È una poesia che esprime un senso di costrizione. L’angoscia di sentirsi imprigionati in una realtà massiva e incolore.

Più ancora Emile Cioran. L’insonne per eccellenza. Il maestro dell’aforisma contemporaneo. In questo unico vero erede di Nietzsche. Caustico. Urticante. Disperato. Il cantore – la sua prosa è straordinariamente musicale sia in rumeno che in francese – dell’esistenza come insensata condanna.

L’insonnia, dunque, non ci nega tanto il riposo quanto il rapporto, vivificante, con altre realtà. Ed è perciò malattia dell’anima. Che non può venire curata con sonniferi capaci solo di indurre stati di torpore ed incubi. È solo l’immaginazione che ci può aiutare. Il sogno ad occhi aperti, che permette di trascorrere le forzate ore di veglia in una dimensione fantastica, compiendo imprese mirabolanti, viaggiando in universi inesplorati. O incontrando una splendida donna in una incantata notte di Mezza Estate.


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