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Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, una nuova bufera si abbatte su Mark Zuckerberg: “Facebook non censura chi nega l’olocausto”. Oltreoceano si vocifera che si tratti dell’ennesimo tentativo di bruciarlo alla prossima corsa alla Casa Bianca. Mah, chissà se è vero.

Certo è che il suo personaggio mi ha sempre affascinato. Mi chiedo se il noto informatico ed imprenditore newyorchese immaginasse che dando vita ai social network, così come ha fatto Steve Jobs con l’iPhone, avrebbe rivoluzionato per sempre il mondo.

Non solo il mezzo ed il modo di comunicare, ma addirittura lo stile di vita, la vita sociale e le relazioni interpersonali della mia generazione e di quelle successive.

Recentemente i fiumi di parole dei “post” sono stati by-passati da semplici foto “instagrammate” e sintetici “twit”, gli “amici” sono diventati meri spettatori o “follower”. Insomma, ficcanasare sì ma a debita distanza.

E con l’evoluzione dei messaggi diretti ed immediati sui social network (in ultimo, le emoticon di WhatsApp…al prossimo che mi risponde con un pollice su alle mie cinque righe di testo potrei staccare quel dito, sappiatelo), noi stessi indossiamo uno “slogan” che ci appare bello e convincente, con cui ci presentiamo agli altri e speriamo di piacere.

Sappiamo che duriamo il tempo di un “tap” sul display, così come ho scoperto funzionare – tristemente – Tinder, una app dove sembra di fare la spesa al supermercato mettendo la gente in un carrello virtuale: se muovo il dito verso destra e la cestino se scorro verso sinistra, ma che agevolerebbe invece le relazioni tra i miei coetanei. Mumble Mumble…

È che in effetti ormai la maggior parte delle nostre relazioni dura il tempo di un jingle moderno, quel breve motivetto musicale, romantico ed un po’ idiota, che ci resta appiccicato in testa come un post-it per tutta l’estate e che ci emoziona quel tanto che basta prima di iniziare a stufarci, o addirittura intristirci.

Lo slogan fa colpo, la normalità ci annoia e l’imperfezione ci terrorizza (la nostra o quella altrui?).
Ma anche scoprire che quello slogan è veritiero e non è solo una pubblicità ingannevole come tutte le altre ci spaventa: ma se quella tipa che mi affascina perché posta sempre foto di montagna, di sport e di una vita semplice a contatto con la natura fosse davvero così? Oddio, ma ci verrà poi con me al party in piscina del club esclusivo in città, no? Ecco. Forse no, ragazzo mio, non farà con te le 2 del mattino né si prenderà una sbronza di mojito.

Certa gente, poca ma ce n’è, è come appare su FB… le foto sono davvero la vita che ti aspetta se vuoi stare con una tipa come lei. Ti fa così paura la realtà o semplicemente lei non ti piace abbastanza? Non per essere cinici, ma l’ultimo ragazzo che ho avuto è stato più veloce a scappare di “Beep-Beep” in Will il Coyote.

E se il mio sogno da ragazza era quello di sposarmi a 24 anni come la mia baby-sitter ed avere una famiglia non tanto come quella pallosa del Mulino Bianco – dai, ragazzi, lo sapevo anche io che quella era tarocca – ma come quella in cui sono nata e cresciuta, oggi dopo una serie di tentativi falliti penso che tutto sommato ci sono molti vantaggi nell’essere single: in primis, godersi la propria libertà, avere una vita stravagante come più mi piace e viaggiare per il mondo.

Non ho accantonato il mio progetto, diciamo che – essendo estate e le ferie prossime – è stato solo rimandato a settembre, come uno scolaro un po’ asino. E se mi sento un po’ sola, posso sempre passare un po’ di tempo mettendo qualche “like”. O meglio, caricando la bici o gli sci in auto, godendo di quella indipendenza tanto temuta (da me o dagli altri?!).


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