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Un insegnante di una scuola di Pordenone ha proibito la classica foto di classe per rispetto della privacy.

Già avrei preferito che avesse parlato di rispetto “per la riservatezza”, ma si sa, ormai l’importante è che i giovani imparino la lingua straniera per poter più presto possibile lasciare l’Italia, anche se poi, quelli che rimangono, non superano il concorso in magistratura per incompetenza grammaticale e sintattica nello scritto di italiano.

Ma il tragicomico è questo continuo rinvio alla privacy in una realtà in cui, dall’uscita di casa alla mattina al rientro serale, passando per il bancomat, le telecamere, il gps della macchina, il localizzatore del telefonino e via via controllando, siamo costantemente monitorati e tenuti sott’occhio.

I giovani filmano le lezioni, si fanno l’autoscatto centrando le tette della compagna di classe e questa mirando al perizoma dell’invidiata compagna del terzo banco.

Postarsi su Facebook è diventato un modo per diffondere le proprie doti canore o fisiche, quando non serve a sputtanare quella che non te l’ha mostrata o quello che ci ha provato risultando scadente.

Insomma, la foto e i filmati hanno ampiamente sostituito, se non del tutto rimpiazzato il diario, il pizzino passato dall’amico o dall’amica fidata, il portapenne con dentro il pensierino affettuoso, l’appuntamento con il punto interrogativo o l’accordo esplicito di combinare.

Questi i giovani. E gli adulti, poi… Si riprendono alla visita otorinolaringoiatrica, fotografano le ragadi anali chiedendo consulenze per una pomata, diffondono tutto il percorso della colonscopia, e poi supportano la discrezione per se stessi e per quegli stessi figli che dopo, a scatenare il narcisismo genitoriale, li presentano ai concorsi di bellezza truccando le femmine da mignotte e i maschi da magnaccia.

È la stessa, identica ipocrisia del moralismo accattone che fa leggere alle donne di nascosto i mattoni librari delle varie sfumature grigio fumoso, o sbavare per trilogia “Io ti guardo-Io ti sento-Io ti voglio”, e poi per una palpatina di culo o un commento osé sull’airbag numero cinque allertano i carabinieri e scatenano gli inquisitori del tribunale moralizzatore.

Per non parlare, poi, del cosiddetto striptease dell’anima, dove ogni sentimento, e risentimento, evento affettivo e collasso emotivo vengono esposti senza ritegno ai giudizi e all’appiccicosa pietà dell’opinione pubblica.

E allora, signori professori, signor Garante del riserbo, mantenete la tradizione della foto scolastica, quella con le firme dietro, quella che alla cena per i trent’anni del diploma e della matura ti fa guardare con ammirazione la compagna che vedevi un rospo, mentre ora è un’appetibile signora, oppure quel playboy dell’ultimo banco che ti faceva schiattare per la prestanza e l’intraprendenza, mentre adesso è un panciuto e spelacchiato notabile. Lasciate che quella foto rimanga e venga riproposta a scadenza per trovare la spensieratezza di un tempo e la sana autocritica del momento, anche solo per qualche saltuaria serata.

E poi, pensiamo che anche attraverso una foto e una firma convalidiamo una nostra identità, proiettando il pensiero ad un futuro che da giovani è lunghissimo, e da vecchi sempre più ristretto.


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