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Secondo la Bibbia la dimora originaria dell’uomo era un giardino. Ovvero il Paradiso terrestre. Perché Paradiso è parola persiana, filtrata dalla mediazione greca che indica un lugo cintato, privato.

Un giardino appunto. In ebraico il luogo ha il nome di Eden. Delizia. Piacere. E gli antichi ebrei, originariamente abituati alla dura vita dei nomadi nel deserto, non potevano non associare il termine “delizie” che ad un giardino ricco di acque, profumato di fiori. Ombreggiato da piante generose di frutti. Un giardino come quelli pensili e meravigliosi che avevano conosciuto durante la cattività babilonese.

È lo stesso immaginario che ritroviamo nel Corano. Ad una dura stirpe di cavalieri del deserto Allah promette, per bocca del suo Profeta, lussureggianti giardini ove le splendide Uri, le spose celesti, servono gli eroi caduti per la fede.

La Tradizione Cristiana, che pure muove dal mito ebraico, tende ben presto all’astrazione per influsso del pensiero greco. Ma cantare la pura astrazione dello spirito è assai arduo per i poeti. Vi riuscirà solo Dante con quell’incredibile, vertiginoso edificio di allegorie, metafore e luce della Terza Cantica. E comunque anche lui concede ampio spazio all’immagine del giardino nei passi finali del Purgatorio. Dove, dopo il lungo e periglioso viaggio, in un Eden riconquistato, finalmente reincontra Beatrice. Perché l’immagine del Giardino e quella della Donna sono strettamente, indissolubilmente legate.

A partire dal siciliano Jacopo da Lentini – che in “Io m’aggio posto in core” preda l’immagine del Paradiso dai poeti arabo siculi di mezzo secolo anteriori – al Roman de la Rose, dalle Canzoni di Guglielmo IX all’Amorosa Visione del Boccaccio. Sempre la figura della Donna Amata si staglia sullo sfondo di uno splendido giardino.

Come nella Primavera di Botticelli, che celebra la bellezza di Simonetta Cattaneo amata da Giuliano de Medici prima, poi dallo stesso Lorenzo. In un’età, il Rinascimento, ove l’architettura dei giardini era divenuta arte, con figure come Giulio Caccini, musico apprezzato, ma ancor più apprezzato “giardiniere”.

Fatevi un giro a Boboli e potrete farvene un’idea. Giardini che, però, divengono talvolta anche luoghi di perdizione e tentazione, come quelli della splendida Armida, l’incantatrice creata dal Tasso. Che, però, è già uomo della Controriforma, forgiato dalla dura ratio studiorum dei Gesuiti.

E ritorna la Donna nel giardino ancora nelle splendide figure femminili dei preraffaeliti, e nel D’annunzio dell’Hortus Conclusus in Poema Paradisiaco. “Voi Signora siete per me come un giardino chiuso…“. Il tema dell’amore irraggiungibile. Declinato ancora una volta con l’immagine del giardino. Che ritorna, lontana eco dannunziana, nel Giardino dei Finzi Contini di Bassani.

Ed è, come già scritto,un giardino al centro del complesso intreccio psicologico delle Affinità Elettive goethiane. Un giardino quello selvaggio che circonda il Castello di Fratta, che vede l’inizio della lunga passione di Carlo Altoviti per l’ inafferrabile Pisana. E, tornando indietro nei secoli, in un giardino Epicuro filosofava sulla voluptas..

Nietzsche farà giungere il suo Zarathustra dal deserto. Ma il paradiso dei Mazdei, da cui certo tornava, altro non era che un giardino. Anzi, il Giardino, il luogo delle delizie dove le splendide Fravashi, dai capelli di fuoco, attendono, al contempo angeli custodi ed amanti, le anime dei giusti.

Perché il Giardino, sintesi di natura ed arte capace di guidare, sublimare la natura stessa, altro non è che la metafora dell’eros come ricerca inesauribile. Ricerca di quella completezza, quindi di quel piacere ineffabile e assoluto che sono andati perduti quando Adamo ed Eva furono cacciati. E le porte dell’Eden negate alla loro discendenza.


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