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L’autunno è la stagione della pioggia. Ed è una pioggia diversa da quella delle altre stagioni. Ma meglio sarebbe, forse, dire che la pioggia muta con il mutare delle stagioni. Ne segue il corso. E lo caratterizza.

D’estate è il temporale improvviso. Violento, imprevisto e imprevedibile. Rappresenta molto bene la passione che esplode incontrollata. Che ti sorprende e travolge.

Virgilio, che ebbe il dono raro di leggere le emozioni umane rispecchiate nella natura, all’inizio del IV Libro dell’Eneide, fa sorprendere l’eroe e l’infelice Didone da un violento temporale estivo, durante una battuta di caccia. I due, separati dagli altri, trovano rifugio in una specie di spelonca. E lì, tra i tuoni e i lampi, esplode la passione latente. Divengono amanti, e la regina prepara il suo tragico destino.

La pioggia d’inverno è rara e diaccia. È un presagio di morte, come nella fine della Pisana di Nievo. Quella di Primavera allegra, tiepida, vitale. È la pioggia che cade sui ciliegi in fiore. Ed evoca la vita. Ma la stagione della pioggia resta per noi l’autunno. La stagione dei forti contrasti di colori, in cui il mondo vegetale invoca la pioggia vitale, prima di scendere nel lungo sonno invernale.

Tutti i popoli antichi, legati al mondo agricolo, veneravano Dei della pioggia. Greci e Romani ne hanno fatto addirittura il centro del loro Pantheon. Subordinando a Zeus persino Apollo ed Artemide, il Sole e la Luna. Per i popoli germanici Thor o Donar, figlio di Odino, signore del tuono e del lampo, era il più possente tra gli dei di Asgard.

Non ci dobbiamo, però, far trarre in inganno dal facile gioco di analogie. E ricadere nel vecchio errore di considerare gli antichi Dei come primitive spiegazioni dei fenomeni naturali. Era, piuttosto, il contrario. I fenomeni naturali venivano percepiti come la manifestazione sensibile degli Dei. Come il loro corpo fisico.

La danza della pioggia, presente in tutte le culture, non era una richiesta di aiuto. Lo sciamano invocava gli spiriti e, in certo qual modo, li costringeva a divenire tangibili. A scendere nel mondo degli uomini. Sotto forma di gocce di pioggia.

Nella nostra epoca c’è quasi paura della pioggia. È fastidiosa, rende ancor più caotico il traffico cittadino, può portare raffreddori ed altri accidenti. In realtà dietro a queste spiegazioni vi è la paura delle sensazioni. Una sorta di orrore sacro, perché le sensazioni naturali aprono i nostri sensi. E ci mettono in contatto con un altrove che abbiamo, inconsapevolmente, deciso di ignorare. Nella sua Pioggia nel pineto, D’annunzio ci trasmette il senso panico che la pioggia può evocare . Come un incantesimo. Perché Pan è il Dio della totalità, che si manifesta in tutte le sensazioni. Ed incute appunto, il panico, perché stravolge la percezione ordinaria.

Provate a camminare sotto le piogge di questa fine settembre. Senza proteggervi. Senza schermarvi. Lasciate che la pioggia vi intrida i capelli, e scorra poi lungo il collo. Proverete, facilmente, dei brividi per il freddo. Ma il brivido più forte ve lo darà una sensazione così intensa da fare paura. La sensazione che quelle gocce siano come mani d’acqua che vi stanno sfiorando. Accarezzando e, anche, afferrando. Mani che vi stanno trascinando in un’altra dimensione. In una simbiosi con gli spiriti che urgono dietro i fenomeni naturali. Facilmente proverete, per un istante, piacere. Subito seguito dal panico. Perché avete sfiorato un mistero. Poi, inevitabilmente, tornerete a preoccuparvi per il rischio d’infreddatura, per i vestiti, per le scarpe rovinate. È il nostro mondo. Quello in cui ci siamo voluti imprigionare. E non vi è spazio per gli spiriti della pioggia. Anche se, forse, il gran Dio Pan non è morto. Dorme soltanto. Pronto a rivelarsi in una pioggia autunnale.


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