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Fuggire dalla città. Quando si è (molto) giovani, e magari si vive in provincia, si sogna la grande città, la vita caotica, la confusione della folla. La si immagina come il luogo delle opportunità. Dove tutto diventa possibile.

Ma col tempo, se la si sperimenta, subentra la stanchezza. La noia… lo stress. Persino una qualche forma di nausea.

Si vorrebbe fuggire. Evadere. Via dalla pazza folla, per rubare il titolo di un romanzo di Thomas Hardy. Che, scrivendo alla metà dell’800, doveva avere una qualche lungimiranza.

Cercarsi un luogo appartato. Ritirarsi a pensare. A leggere. Se si è, in qualche misura, creativi, a scrivere, a dipingere. A suonare.
È uno strato d’animo profondo. Che ha radici antiche. L’Otium dei Romani. E, ancor di più, la nostalgia della campagna, che pervade tutta la letteratura augustea. Quando Roma era una metropoli. Il centro del mondo, ma i poeti sognavano il ritorno alla vita agreste. Tutti, dal Virgilio delle Georgiche all’Orazio che, nei Sermones, declina l’invito di Ottaviano a divenire suo segretario. Preferisce restare nel suo podere. “Sentirai come sono buoni i cavoli del mio orto…“.
Unica eccezione Ovidio. Lui era poeta Urbanus. E visse l’esilio nella sperduta Tomi come la peggiore delle condanne.

Ma se la radice è antica, il sogno di fuga è decisamente moderno. Comincia a prendere consistenza già con le inquietudini romantiche. Su tutti gli inglesi. I poeti del Lago. Preludio di Woodsworth: la visione, pittosesca, di una natura selvaggia. La simbiosi , il panismo. Il distacco dalla misurata civiltà del XVIII secolo.

Ma è il ‘900, con la sua angoscia senza volto né nome, che vede l’idea di abbandonare la metropoli come una salvifica illusione. Lo anticipa l’Andrea Sperelli del Piacere. La convalescenza nei paesino di Schifanoia – echi rinascimentali nel nome – l’allontanarsi da Roma, dalla vita convulsa e dalle torbide passioni, diviene possibilità di salvezza. Di ritrovare se stesso. Possibilità incarnata dall’incontro con Maria Ferres. Poi commette l’errore di ritornare nella metropoli. E si perde definitivamente.

Ritirarsi dalla città, in un luogo solitario e ameno è sempre stata considerata condizione necessaria per riuscire a misurarsi con se stesso. Per riuscire a conoscere se stesso. Da Seneca a Petrarca, che era uso ritirarsi in Valchiusa per meditare. E scrivere.

E gli antichi maestri cabalisti, cresciuti alla scuola di Isaac Luria, ritenevano essenziale vivere lontano dalla città, in un luogo ove è possibile destarsi col canto dell’allodola e sentire, la sera, il profumo del glicine, per poter giungere all’esperienza dell’infinito.

Nella sostanza, questa fuga resta solo un sogno. Il nostro destino appare incatenato alla megalopoli, ai suoi ritmi convulsi. Condannato a consumare tutto, dal cibo al sesso, nella velocità che nega l’autentico piacere. Che è, poi, uno degli strumenti della conoscenza.

Eppure, sognare è necessario per poter continuare a vivere, e non limitarsi a sopravvivere. Sognare e proiettarsi in avanti, in un altrove fatto di silenzio e armonia. In una sorta di valle incantata che, forse, ci attende in un ipotetico futuro.


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