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Ebbi tutti i benefici di una educazione cristiana. Fu così che divenni ateo”, scrisse Bertrand Russell a proposito del suo cambiamento di prospettiva esistenziale.
Parafrasando il filosofo di Cambridge potrei confessare: Lessi il libro di Leïla Slimani, fu così che divenni jihadista.

Il saggio-inchiesta si intitola “I racconti del sesso e della menzogna” e riguarda, genericamente parlando, la sessualità in Marocco e la libertà delle donne in particolare.
Questa giornalista, entrata nelle grazie istituzionali di Macron, imposta il suo discorso sulla liberalizzazione del sesso quale paradigma fondamentale dei diritti delle donne. Assieme a questa priorità discutibile, confonde una serie di parametri psicosociologici con una deviazione pericolosa dell’intendere il soggetto e il mondo del sesso.

Innanzitutto, mescola sessualità ed erotismo, due pulsioni assolutamente diverse per proiezione psichica: materiale la prima, trascendente la seconda. Poi, assumendo come principio il voler fare ciò che voglio di una intervistata, cade nella concezione animale dell’uomo, secondo la quale tutto è semplice biologia, quindi un bisogno fisico da ridurre in qualunque modo abbassandone la tensione.

Continua nella sua analisi ‘scientifica’ non toccando minimamente il concetto di polarità sessuale, la magia dell’incontro, la sacralità dell’amplesso: fattori che nulla hanno a che vedere con la morale o l’indiscrezione o il puritanesimo religioso, ma con il carattere simbolico del rapporto amoroso. Prosegue ancora criticando l’Islam e le religioni monoteiste perché, secondo lei, la religione dovrebbe essere “un’etica di liberazione, di emancipazione”. Quando mai! L’esimia ha le idee un po’ confuse. Ogni religione è una fede con princìpi non negoziabili. Altro, invece, è quello che avviene per il radicalismo musulmano in cui religione e legge coincidono. E su questa deleteria convergenza possiamo essere d’accordo.

Pensare alla Svezia come paese da imitare nei rapporti da camera da letto mi pare piuttosto azzardato, oltre che ingannevole: una nazione nota da decenni per numero di aborti, suicidi e tossicodipendenti non ha nulla di significativo e di positivo da trasmettere. E credere poi che l’aborto, il divorzio, la liberalizzazione delle droghe, la normazione della prostituzione, le rivendicazioni omosessuali possano rientrare nell’ambito delle conquiste, mi pare piuttosto esagerato.

Sono condizioni personali da rispettare o da curare, non certo da portare come vessilli di liberazione.

Mi ricordo che molti decenni fa, dei rappresentanti del F.u.o.r.i., Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, si presentarono ad Andrei Sacharov chiedendogli di supportare la loro battaglia di libertà in Unione Sovietica. Il premio Nobel dissidente li mise alla porta, dicendo loro che c’erano diritti più importanti per i quali combattere. Erano il diritto alla libertà di espressione, di culto, di associazione e di viaggiare.

I diritti esposti e reclamati dalla Slimani mi sembrano slittare verso quelle che il filosofo comunista György Lukács definì “viziosità borghesi”, intuibili da chi afferma che la sua tata cresciuta, lavoratrice e proletaria, non condivideva certe aperture di emancipazione.

Credo che lottare contro la poligamia, difendere le dissidenti del velo, denunciare le lapidazioni degli apostati, appoggiare poeti e narratori dissidenti, sostenere l’istruzione, manifestare contro l’usanza delle spose bambine, siano impegni sicuramente prioritari.

Se poi lei, radical-chic macroniana, ha come aspettativa di lotta lo stile di vita corrotto e decadente contro il quale settori incontaminati e sani della nostra civiltà stanno combattendo, allora è comprensibile la reazione radicale che vede nell’Occidente il demonio depravato e corruttore. E se questa è la reazione agghiacciante, forse che certe intellettuali dovrebbero darsi una regolata.


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