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In un vecchio film di Losey, “Il ragazzo dai capelli verdi“, il nonno per rassicurare il nipote che ha paura del buio, gli dice “Ti rivelero’ un segreto: di notte le cose sono esattamente uguali a come appaiono di giorno“..

Affermazione rassicurante, professione di realismo e razionalismo. Eppure non risolutiva. Perché la paura della notte serba in se stessa un’eco ancestrale, qualcosa che ci viene come retaggio di epoche remote. Primordiali. Chatwin, ancora lui, la faceva risalire a quando i nostri antenati cacciatori raccoglitori, nomadi, dovevano cercare riparo per la notte. Perché nella notte, da predatori divenivano prede, oggetto di caccia per tigri dai denti a sciabola. Una fantasia letteraria, forse. Ma d’altro canto la notte ha sempre ispirato la fantasia. Perché quando i contorni delle cose sfumano e svaniscono, l’immaginazione può proiettarsi verso altre dimensioni.

Dimensioni magiche, incantate. Come nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, dove la notte diventa la porta che permette a personaggi che vengono dalla realtà di entrare nel mondo delle fate.

Ed è sempre di notte che Faust partecipa al Sabba delle streghe sul Monte Calvo, entrando in una dimensione fantastica e inquietante che Goethe ci ha narrato. E Mussoskij ha trasformato in una musica ossessiva e avvolgente.

Se mai avete avuto la fortuna di vedere un grande gufo reale levarsi in volo, silenzioso e solenne, da una pineta, potete avere un’idea del perché la notte incuta timore e, al contempo, ispiri.

Innumerevoli, infatti, i poeti che hanno cantato la notte. Non solo i romantici come Novalis e Laforgue; è una lunga catena che si snoda da Esiodo, che pone la Notte alle origini del Cosmo, al D’annunzio delle Città Terribili, in Maia, che ne coglie l’aspetto infero e terrifico. Senza dimenticare Leopardi, che forse più di ogni altro ne colse la bellezza e l’incanto. “Dolce e chiara è la notte, e senza vento…“. Eppure era un figlio del sensismo illumista, materialista e incredulo. Ma la suggestione della notte, sul suo animo di poeta, era più forte di ogni filosofia.

Nel mondo moderno abbiamo fatto di tutto, quasi senza rendercene conto, per trasformare la notte in giorno. L’illuminazione artificiale, il rumore assordante e continuo della città. In fondo ci rassicura. Ma sotto altri aspetti ci impoverisce. Ci depaupera di una parte di noi stessi, quella oscura certo, e inquieta, ma anche quella che è poesia e magia. E che di rado riusciamo a recuperare. Una notte soli di fronte all’immensità di un mare nero, ti mette a confronto col tuo destino. Una notte ad ascoltare musica su un prato davanti ad un antico castello può trasportarti, nel mezzo dell’estate, in altra dimensione. E donarti il sogno della danza di una fata.

Fantasie forse. Eppure immagini che rigenerano. Che ti ridanno slancio, facendoti evadere dalla prigione della vita quotidiana.


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