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Impazza la danza. Andare a corsi di ballo è divenuto di gran moda, pronube trasmissioni televisive dai grandi ascolti, in prima linea quella, fortunatissima, di Milly Carlucci.

Tutti vogliono ballare, tango, sambe, rumbe, valzer, balli di gruppo… non importa cosa, quello che conta veramente è partecipare. Svago e, al contempo , attività fisica. Tanto che le scuole di ballo oggi proliferano anche a scapito delle palestre, in voga fino a qualche anno fa. E le stesse palestre cercano di adeguarsi, inserendo corsi di danza spesso in luogo di altre attività aerobiche.

Tra le ragioni di tale fortuna, il fatto che ballare è un’attività che porta a fare gruppo, a costruire relazioni sociali, a intrecciare amicizie. E talvolta anche più che semplici amicizie. E di questi tempi, caratterizzati da un forte e disperante senso di solitudine sociale, non è poco..

Sotto questo aspetto il ballo ha mantenuto alcuni dei suoi caratteri originari. Il forte legame con l’appartenenza ad una comunità. Tanto che in origine aveva una funzione sacra. Iniziatica. Gli uomini pregavano i loro Dei – o gli Spiriti– danzando. E danzando entravano parimenti in comunione fra loro. I Dakota e gli altri popoli delle grandi pianure, praticavano la Danza del Sole. Rituale sacrificale e iniziatico, straordinariamente descritto in “Alce Nero parla” memorie di uno degli ultimi grandi Uomini della medicina, poi convertito al Cristianesimo. E come potentemente raffigurato in quel capolavoro cinematografico che è “L’uomo chiamato cavallo” con Richard Harris.

Ed era preghiera la danza, orgiastica e dionisiaca, delle Menadi greche.
Preghiera è ancora la danza dei dervisci rotanti sulla tomba santuario di Rumi. Una delle più grandi figure della poesia e della mistica sufi.

Danzare è pregare con il corpo. Con le sue forze profonde, basiche. Che trascendono la ragione ordinaria. Proprio per questo ha una funzione comunitaria. La comunità essendo cosa diversa dalla società. Che è mero contratto fra individui. La communitas è, invece, scambio di dono (munus), legame fisico e metafisico. Appartenenza.

Un’eco di questo si ritrova ancora nel Grande Ballo degli ultimi grandi aristocratici siciliani che chiude “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. E che Visconti ha sontuosamente trasposto nel suo capolavoro cinematografico. Ballo che sa di morte: l’estremo rito di una classe avviata verso il crepuscolo.

Il ballo, naturalmente, ha anche una forte valenza erotica. È seduzione. Come fra gli uccelli. Dove i maschi di molte speci si contendono la femmina danzando.

È la danza d’amore di Shiva con Shakti. Che rigenera il Cosmo. È la danza delle ninfe nel Ninfale d’Ameto di Boccaccio, ove queste insegnano al rozzo pastore l’arte di amare.

Una bella donna che si abbandona alla danza dunque, compie, inconsciamente, un rito sensuale e magico. Evoca un senso estatico di ebrezza. Trasporta in altra dimensione. Lontano dalle piste delle discoteche affollate di solitudini sudate e rese ottuse dal frastuono.


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