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Un tempo si andava in Villeggiatura. Che era tutt’altra cosa dall’odierno ammassarsi su spiagge carnaio dopo ore di coda in auto, tirando notte fonda in locali dal rumore assordante, tra fumi alcolici, cubiste sudate e una sorta di sfibrante zoo di varia umanità.

La villeggiatura era riposo del corpo, refrigerio dalla calura estiva. Evasione dalla vita ordinaria. Ed era, soprattutto, occasione per specchiarsi in un libro, per confrontarsi nella conversazione, per secuperare se stessi.

Villeggiatura, ovvero andare in villa. Ritirarsi in campagna, in un luogo ameno, in un’atmosfera che ricordava da vicino l’idillio teocriteo. Il ritorno alla natura. Ma non una natura selvaggia, primordiale ed ostile. Una natura a misura d’uomo. Rifugio e buon ritiro. Idilliaca, appunto.

Su questo sfondo ameno si intrattenevano conversazioni, che spesso travalicavano dal gioco alla sfida di intelligenze. Si intrecciavano amori leggeri, ma non per questo meno intensi ed appaganti.

Goldoni ce ne ha lasciato uno splendido ed esaustivo ritratto nella sua Trilogia della Villeggiatura.

Perché il ‘700 fu il secolo in cui villeggiare si elevò quasi a livello di opera d’arte. Effimera, certo ma non per questo meno bella.

Il Werther inizia con il protagonista che si ritira in campagna. Con la sola compagnia delle opere di Platone. E lì, in Villeggiatura, vede per la prima volta Lotte circondata dai fiori. L’inizio di un amore tutt’altro che effimero, che finirà in tragedia. Ma sempre condotto con passo leggero, in sintonia con l’atmosfera e il paesaggio. Il Werther segna l'”inizio del Romanticismo”. “Le relazioni pericolose” di Cholderos de Laclos la fine dell’età libertina. Ed anche queste s’intrecciano sullo sfondo della villeggiatura, tra splendide ville e parchi armoniosi. Mentre i protagonisti giocano sfidandosi nella conversazione e nella seduzione. Alla fine, però, Valmont, il vincitore, si accorgerà di essese stato vinto. Di essersi perdutamente innamorato della sua preda. E cercherà la morte in duello.

I piaceri della villeggiatura erano raffinati ed eleganti. Ogni volgarità era bandita. Gli amori, come dicevamo. E le conversazioni, che con il gioco dell’amore erano indissolubilmente legate, perché il piacere derivava più dalle schermaglie dialettiche nei salotti, che da quanto si consumava nei letti a baldacchino. Quello veniva solo dopo, se veniva. E non era la cosa fondamentale. Civiltà della conversazione per dirla ancora con Leopardi, e per richiamare uno splendido saggio di Benedetta Craveri.
Dalla villeggiatura si tornava ristorati, capaci di affrontare la vita con nuove forze, e maggiore consapevolezza.

Oggi, dalle cosiddette vacanze, si torna sfibrati, esauriti. Vuoti. O peggio zeppi di sensazioni , stimoli, pulsioni caotiche e devastanti.

Harold Bloom, il massimo studioso di Shakespeare del ‘900, ha definito la nostra l’Età caotica. Un’età in cui i giardini incantevoli di “Molto rumore per nulla” hanno lasciato il posto al frastuono instupidente delle discoteche balneari. Le civili, eleganti, seducenti ed ironiche conversazioni ad urla subumane di scalmanati in bermuda e canottiera, al disperato inseguimento della fantomatica Movida. Segni dei tempi. E spiegazione della stanchezza frastornata della società in cui viviamo.


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