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Il silenzio di questi giorni è inquietante. Per molti versi innaturale. Perché è il silenzio della Città degli uomini, adusa al frastuono, al rumore delle macchine, ai clacson… Altra cosa è il silenzio del deserto ove si ritirava l’anacoreta in meditazione… E poi quello era un silenzio scelto e ricercato. Questo è imposto. La differenza è molta.

Il silenzio, però, non è mai assoluto. A meno che non sia silenzio interiore. Ma quella è altra storia…

Il silenzio del mondo circostante amplifica i pochi suoni, rumori… Le rare voci. Nei boschi di montagna puoi cogliere nitido il canto degli uccelli. Sentire un fruscio nel folto. Il suono di uno zoccolo sulla terra cava. Ti rendi conto di come doveva essere la vita dei nostri più remoti avi. Prima della città. Prima del villaggio…

Ed è strano provare questa stessa sensazione ora. Nell’alba che si leva su una città silenziosa. Il silenzio della paura. E che la paura alimenta, in una spirale senza fine apparente.
Sento cantare gli uccelli sul ramo della magnolia. Sono usignoli, credo. Che annunziano il giorno. O, per lo meno, questo mi fa pensare il ricordo di Shakespeare “No, non è l’usignolo nunzio del giorno…”. E delle Albe provenzali da cui deriva… Niente da fare. Sono un un uomo “Urbanus”. La natura e le sue voci le filtro, inevitabilmente, attraverso la cultura. I libri letti. Le storie narrate… L’antico cacciatore avrebbe immediatamente riconosciuto quel canto. Senza bisogno del “Romeo e Giulietta”…

Ma in questo silenzio anche le, pur rade, voci umane si distinguono con più nettezza. Usualmente non è così. Il frastuono copre ogni cosa. E tutto omologa. Annienta ogni differenza.
“Ascolto il tuo cuore, città..” forse il libro più felice di Alberto Savinio. Alias Andrea De Chirico, fratello di Giorgio. Anche lui pittore, e scrittore. Il più grande surrealista italiano… Ma qui non c’è una città d’ascoltare. Il suo cuore si è fermato, la paura ferma davvero il cuore. Non è solo un modo di dire…

Vi sono però voci. Che il silenzio amplifica. E diventano urla. Grida.
“Un grido che parla nel silenzio” Epigramma perfetto. Cristiana Parnigotto coglie, in appena sei parole, l’essenza di questo momento. Perché ogni voce è un grido. E ci parla. Ci racconta storie. Vite. O per lo meno frammenti di queste. Perché sono solo frammenti, le nostre vite, oggi. E sarà dura, dopo, restaurare il mosaico.

Sento due voci che litigano. Un uomo e una donna. Insulti, recriminazioni… Storia di ordinaria e difficile convivenza. Oggi, ovviamente, più difficile…
Un uomo parla al telefono. La voce si altera. Si alza. Problemi di lavoro…
Una bambina ha paura di una vespa sul terrazzo. Strilla. Una voce di donna la rassicura…

Ma forse quel “grido che parla dal silenzio” vuol dire altro. Molto di più. Il silenzio, questo silenzio, ci permette di ascoltare il grido che viene dal profondo. Dall’abisso insondabile del nostro cuore. E finalmente quel grido indistinto, che ordinariamente ottundiamo, si fa voce. E ci parla… può essere l’ occasione di ascoltare. E, forse, di capire.


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