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Trovarsi è uno dei drammi più intensi di Pirandello, anche se, forse, non fra i più noti. È la storia di una grande attrice – non a caso fu scritto per Marta Abba – che dopo aver interpretato mirabilmente decine, centinaia di parti, dopo essersi calata in tanti personaggi, ha finito con lo smarrire se stessa.

La capacità mimetica, lo sparire dietro a tante maschere, porta a dimenticare i tratti del suo autentico volto. Ammesso, e non concesso, che tale volto, il suo, il nostro Io, sia davvero mai esistito…

Ripensando a Pirandello, in questi giorni. Con la quarantena, la clausura, la segregazione forzata o come diavolo preferite chiamarla – però non lockdown, per favore – che ci costringe o coabitazione strette e più o meno forzate, o a solitudini assolute. In entrambi i casi, però, il nostro universo si è improvvisamente, e proditoriamente ristretto. E questo ci costringe, irrimediabilmente, a misurarci con noi stessi. A cercare di trovarci. E in qualche modo a scoprirci.

Lo spettacolo, in genere, non è confortante. Vengono fuori miserie e meschinità a lungo sottaciute. Agli altri e a noi stessi. E a quel punto, in genere, non si ha il coraggio di andare oltre. Di andare oltre lo specchio, ponendo la domanda di Laudisi, nel Così è se vi pare: Sei tu il mio riflesso, o sono io il tuo?

Non se ne ha il coraggio… E allora si sfoga la propria frustrazione sugli altri. Sui più deboli sopratutto… Un bambino che gioca in giardino… È lui la causa di tutto. È lui la minaccia alle nostre vite. È lui l’untore. Scene di, ormai, quotidiana follia…

Eppure, questa strana solitudine ha, o meglio avrebbe uno straordinario potere. Liberi, per una volta, delle innumerevoli, centomila. Immagini di noi stessi che ci rimandano, riflesse, gli sguardi degli altri potremmo forse vederci. E scoprire qualcosa di noi stessi.

Per carità, nessuna velleità di sfruttare ancora e sempre il “conosci te stesso” delfico/socratico per far facile retorica… Piuttosto un’eco dell’idea che l’essere umano sia molto più complesso di quanto crede. Un insieme molteplice, di zone d’ombra e luce. E le situazioni estreme fanno affiorare o le une o le altre. E quella che pigramente e ottusamente stiamo vivendo e’, indiscutibilmente, una situazione estrema. Anche se vogliamo ignorarlo, e cantiamo L’anno che verrà dai balconi…

Non siamo tutti uguali, grazie agli Dei. E alla faccia della pretesa che uno valga l’altro. C’è chi si sveglia e vomita fiele sino alla notte. E i suoi sogni sono incubi, che lo corrodono. L’ombra in lui prende signoria.

E c’è, invece, chi nei sogni passeggia per giardini incantati. Conversa con piante meravigliose e animali magici. Poi si desta. Non ricorda nulla, forse. Ma improvvisa affiora una poesia. Mai scritte prima. Mai pensate. Pensa alla follia, indotta dalla solitudine. E, invece, è ben altro. È l’ingresso in una zona di luce. Una porta che si apre. E non serve il salvacondotto per varcarla. Quello è già dentro di te.


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