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Stiamo vivendo una nuova stagione di caccia alle streghe… modo di dire ricorrente, soprattutto sui social, dopo la fine della, lunga e protratta, quarantena.

Dove per streghe si intendono, ovviamente, i pericolosi eversivi delle novelle, timide movide, i protagonisti di baccanali ai tavoli delle birrerie, i criminali che osano andare in cinque – anche perché, se uno ha tre figli… – a mangiare la pizza..

Insomma le streghe, le fattucchiere e gli untori.. Per usare l’altra metafora in voga, quella manzoniana. Mentre i giudici, gli Inquisitori, i delatori, i monatti sarebbero i cittadini probi, devoti alla Chiesa sanitaria di Burioni, rispettosi degli editti del Conte e ammiratori del grande inquisitore Boccia. Non vestono di nero con ampi cappelli, come i puritani di Salem, ma inalberano, orgogliosi, variopinte mascherine d’ogni foggia, e guanti di lattice. Il nuovi simbolo di purezza morale, oltre che di fede igienistica.

Io sto con le streghe. Non ho mai amato i puritani. Leggendo la “Lettera scarlatta” ho maturato, da ragazzo, quasi una repulsione per quel mondo asfittico. E ipocrita. E gli Inquisitori li ho sempre trovati accettabili solo nella declinazione, tragica e titanica, di Dostoevskij. O in quella storica di una figura come Torquemada. Già il Bernardo Gui di Eco lo trovo un mediocre. Dotto, ma mediocre. Nella mediocrità puritana, poi, giudici, spie ed Inquisitori mi hanno sempre e solo provocato repulsione. Ribrezzo. Come oggi. Anzi, oggi più che mai…

Mentre mi hanno sempre attratto gli eretici. Giordano Bruno. Cecco da Ascoli… Colpa di Carducci, forse, del suo Inno a Satana, letto e riletto da ragazzo. Imparato a memoria. Per scandalizzare una professoressa troppo bigotta…

Ma la mia vera passione sono sempre state le streghe. Già nella versione Disneyana di Biancaneve trovavo molto più interessante Crimilde della protagonista. Naturalmente prima che si trasformasse in una orrida vecchia col naso bitorzoluto

Nel mio immaginario le streghe sono sempre bellissime. Selvagge e libere. È un immaginario un po’ infantile, lo ammetto. E, certo, ho nel tempo letto gli studi sulla stregoneria storica, sui processi fasulli cui furono sottoposte povere contadine, ree solo di una qualche conoscenza erboristica con la quale si arrabbattavano ad aiutare gli ingrati compaesani. E poi ho trovato in Orazio la satira della fattucchiera e del cliente credulone, geniale archetipo delle odierne maghe e cartomanti televisive…

Però, nella mia fantasia, le streghe continuo a vederle giovani e bellissime. Come quelle spiate dal giovane Lucio nella cucina della locanda di Tessaglia. Una delle straordinarie pagine dell’Asino d’Oro.

E le vedo volare al Sabbah, come la Margherita di Bulgakov, e danzare alla luce della Luna, con i capelli, inevitabilmente rosso fiammante, sciolti al vento della notte. Le sento ridere, e cantare, con voci che hanno i toni dei ruscelli di montagna… cantare antichi inni, che evocano la memoria delle Menadi dionisiache.
E sento anche il loro profumo, di muschio fresco dopo la pioggia, di more selvatiche, di uva spina. E di vino appena spillato.

Ai miei occhi rappresentano la libertà, la passione, la bellezza. E la vita.
Gli squallidi puritani con mascherine usa e getta, e lividi guanti di lattice, sono solo incanazione di meschine paure. Della miseria morale ed estetica di questo presente.


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