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Ormai è deciso. Quale che sia il futuro, allo stato nebuloso, della scuola italiana, quest’anno l’esame di maturità sarà una mera farsa. Lo ha deciso un Ministro che ha dato più volte prova di sapere di scuola e di educazione meno di quello che il mio fruttivendolo egiziano sa di filologia micenea.

E lo ha fatto coadiuvata da una pletora di “esperti” strapagati, che si sono rivelati utili come uno sciame di cavallette. Anzi, ancor meno. Visto che in alcuni paesi africani le cavallette vengono arrostite e mangiate. Sembra, per altro, che abbiano un sapore vagamente vicino a quello dei gamberi di fiume. Mentre le ormai famose Task Force, come le cavallette, divorano tutto, ma non sono edibili.

Un esame burla, dunque. Visto che è ormai chiaro anche al più tonto degli studenti che tutti, proprio tutti, verranno promossi. Oddio, non che gli anni scorsi andasse poi tanto diversamente. Percentuale di promozione ben oltre il 90%; ma un minimo di rischio rimaneva. Abbastanza da rendere inquieta la famosa “Notte prima degli esami” e da restare, poi, per sempre nella memoria.

Ed era questo che, alla fin fine, contava. Non l’accertamento di labili conoscenze e di astratte competenze. Contava la prova in sé. Perché l’esame altro non è che una prova. O meglio un rito. Che segna il passaggio all’età adulta. La fine della, lunga, condizione di minorita’ e di tutela. Per questo, un tempo, era denominato Esame di Maturità. Perché segnava il passaggio ad un’altra età della vita. Oggi la definizione è stata sostituita con la più burocratica Esame di Stato. Da tempo al Ministero non c’è più un Giovanni Gentile che conosca ancora il senso riposto delle parole .

Da sempre i giovani hanno dovuto superare delle prove per divenire uomini. Lo dimostra la storia. Lo spiega l’antropologia. E, in fondo, pure l’etologia, visto che anche tra gli animali, tra i mammiferi superiori , si possono scorgere forme rituali di passaggio. Cruente, in genere. Come cruenti sono tali riti, se vogliamo esami, presso quei popoli che abbiamo il vezzo di chiamare “primitivi”. E che, al contrario sono gli ultimi depositari di una sapienza che noi abbiamo, da tempo, perduto. Dalla quale ci siamo, progressivamente , alienati.

I giovani apaches, per divenire guerrieri, dovevano attraversare il deserto con la bocca piena d’acqua. Senza inghiottirne, però, neppure una goccia. Resistere alla sete sotto il sole bruciante, era la prova. Se la superavano venivano finalmente considerati uomini. Cociss, Geronimo, passarono attraverso quel rito. E furono uomini veri.

I ragazzi romani abbandonavano la Toga Praetexta a 17 anni. E il 14 di Marzo, festa dei Liberalia, rivestivano quella Virile. Con rito solenne. Da quel momento potevano farsi una famiglia. Rivestire cariche pubbliche. Prestare servizio nell’esercito. Ma quel rito era un punto di arrivo. Vi si erano preparati con disciplina ferrea sin dalla primissima infanzia. Nel Campo di Marte. E nelle scuole di retorica adiacenti il Foro.

Perché i riti di passaggio vanno sempre preparati a lungo. È necessario un apprendistato. Come per le arti. E tuttavia devono rappresentare un trauma. Una frattura tra l’infanzia e l’età adulta. In assenza di questa si producono solo generazioni di immaturi. Incapaci di assumere le necessarie responsabilità. Incapaci di riconoscersi in un’identità. In una comunità.

Un trauma, o meglio un balzo che siamo andati progressivamente sempre più edulcorando negli anni. Ancora per la generazione di mia madre, l’Esame era un’esperienza che ti segnava per tutta la vita. Un incubo ricorrente, certo. E tuttavia ti forgiava. Era un imprinting, per dirla con Konrad Lorenz, che determinava il tuo futuro. E il destino della comunità cui appartenevi. Poi, un po’ alla volta il senso dell’esame è andato sbiadendo. Restava un mezzo spauracchio. Un po’ di emozione. Di batticuore. L’insonnia o il sonno Inquieto della notte prima…

Un ministro garrulo e truccato come per una esibizione da avanspettacolo, ha negato ormai anche questo ai nostri ragazzi. Forse non si vuole che diventino uomini. Gli uomini e le donne vere non restano in pantofole ad ascoltare, supine e terrorizzati, i diktat cervellotici di improvvisati dittatorelli da Stato libero di Bananas.


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