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Un uomo, almeno una volta nella vita, dovrebbe porre una pietra nel suo giardino.
È, più o meno (cito a memoria) un vecchio detto giapponese. Che profuma di Zen.

Ed in effetti, nei giardini costruiti secondo uso nipponico, le pietre ed anche i sassi sono importanti. Fondamentali, anzi , ché il giardino viene costruito intorno a loro.

È come se la parte minerale costituisse l’ ossatura, sulla quale, poi, si tesse il disegno del mondo vegetale.

Ancor di più, però, pietre e sassi rappresentano il fondamento, ciò che non muta e deperisce con le stagioni. L’asse che non vacilla, per dirla con Confucio, nella illuminante traduzione di Pound. Traduzione, per inciso, che fu portata come accusa contro il poeta, quando fu rinchiuso, prima, nella gabbia di Coltano, poi nel manicomio statunitense. I suoi inquisitori e giudici pensavano all’apologia di ben altro Asse. Le loro menti erano chiuse al pensiero classico cinese…

Io non possiedo un giardino. Certo abbiamo uno spazio condominiale con aiuole, modesta valvola di sfogo per mio figlio in questi mesi di quarantena… Una sorta di gabbia anche questa, e per di più con le spie che scrutano con astio e terrore da dietro le finestre…

Tuttavia, proprio la clausura o carcerazione forzata, ti fa intuire che il giardino non è solo uno spazio fisico. È anche, forse soprattutto, una dimensione, un luogo interiore. Ed è lì che devi, prima o dopo, porre almeno una pietra. Un sasso. Ma non può essere un qualsiasi ciottolo. Devi scegliere. O meglio ancora lasciare che sia la pietra a scegliere te.

Le pietre hanno una loro bellezza. E, quindi, una loro vita. Perché non vi può essere bellezza in ciò che è morto. Non a caso, una meditazione Zen invita a contemplare, nel silenzio interiore, la pietra che cresce. È un koan, naturalmente. Un paradosso, se vogliamo. Ma un paradosso ove l’assurdo apparente è la chiave per aprirsi alla percezione di ciò che è oltre la mera sensazione della materia. Alla vita.

Perché le pietre sono vive. Una vita non apparente, certo. Ma profonda e possente. Per quello, in tutte le tradizioni, hanno poteri magici. E per quello nell’Ermetismo è una Pietra, quella Filosofale, che permette di tramutare il piombo in oro. Il vile in prezioso.

Nelle pietre l’opacita’ è solo parvenza. Cela la trasparenza. La luce. L’arte è saperne separare l’essenza luminosa da ciò che la incrosta e oscura. Arte da grande orafo. Da tagliatore di brillanti. Spinoza affino’ il ragionamento della sua Etica intagliando pietre in un oscuro laboratorio. E rendendole limpide. Luminose…

Nelle pietre giace la potenza delle Stelle. Così Guinizzelli nella canzone “Al cor gentil”. Dove pietra e stella si legano indissolubilmente alla Donna. E al tema d’amore. Perché le pietre, preziose, sono belle. Ma per percepire davvero tale bellezza, che discende appunto dalle stelle, l’amante deve riuscire ad andare oltre. Oltre le scorie che ne possono attenuare, se non offuscare, la luce. E lasciarsi sprofondare nell’esperienza assoluta della loro purezza. Immergersi nello smeraldo sino a perdere totalmente se stesso.

Forse per questo le donne hanno con le pietre un rapporto più stretto. Simbiotico. Rare donne, in realtà. Ancora capaci di cogliere la risonanza di una particolare pietra in un luogo recondito dell’anima. Non è un rapporto venale. L’amore della Donna per le pietre vela il mistero della bellezza. Un segreto proibito a chi le guarda, entrambe, solo con occhio avido.

In questo tempo, una collezione di pietre, più o meno preziose, più o meno rare, per i più può essere solo un passatempo. Un modo di trascorrere queste giornate claustrofobiche e non pensare…

Ma per qualcuno, per qualcuna soprattutto, può essere una via che libera mente e sensi dalla prigione.

E che , come dice Dante, porta “a riveder le stelle“.


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