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È una giornata d’estate, ormai. Anche se l’estate inizierà, ufficialmente, solo fra qualche giorno. Una mattina pervasa di sole. Luce e calore. Il cielo di un azzurro intenso. L’aria è ancora fresca però.
All’improvviso uno sparo. O meglio, quello che viene percepito come un forte botto. Poteva essere un petardo, un tubo di scappamento… Che fosse uno sparo lo si capirà solo dopo. E allora si ricorderà che era troppo forte. E troppo secco.

Un uomo si è suicidato nel piccolo parco qui di fronte. Proprio dove porto mio figlio a giocare con le altalene e il castelletto. Si è sparato alla testa, intorno alle 9,30. Mezz’ora dopo qualcuno ha trovato il cadavere riverso su una panchina. Non si sa chi fosse. Dicono sessant’anni. O più anziano. Parlano di paura di finire in un ospizio. Frammenti di notizie che non fanno una storia.
Abbiamo visto autoambulanza e auto dei carabinieri con le luci accese. Il parco vietato con nastri gialli e neri. Il pianto di una donna. Forte. Sembrava disperata. Una voce, più bassa, che cercava di consolarla. La moglie… dice qualcuno.
Poi verranno i curiosi. E le storie si accavalleranno le une sulle altre. Sì, io ho sentito, ma… Io l’ho visto, la testa gettata all’indietro… Sembrava più vecchio… No, sangue non mi pare… Ehi, ciao, tanto che non ci si incrocia, come va?… Non sei andata al mare… Troppa confusione… Ma perché si è sparato?… Non era uno di qui…

Mi chiedo quanti siano i suicidi in questi giorni. Quanti siano stati in questi mesi di quarantena. Notizie, ogni tanto, sul web. Si impicca in casa, il figlio trova il corpo… Cameriere perde il lavoro e si suicida… Sedicenne non sopporta la quarantena e si getta dal quinto piano….
La punta dell’iceberg. I giornali, i media hanno messo la sordina a queste notizie. Potrebbero danneggiare il governo. Incrinare l’immagine del popolo felice e ubbidiente che canta dai balconi…

Un’amica psicologa mi dice che lei ed i suoi colleghi stanno lavorando come pazzi via internet e telefono. Ora di nuovo anche in studio. Gli aspiranti suicidi sono un esercito. Che si muove sotto traccia. Invisibile.

Il suicidio fa parte della storia dell’uomo. È parte della vita. Come la morte. Ne ha sempre fatto parte. Anzi, in alcune culture antiche , si veniva educati al suicidio. Come soluzione possibile. E necessaria.
“Se sei incerto tra la vita e la morte, scegli la morte. È più onorevole.” Hagakure.. L’etica del samurai. Il Bushido. Ma è richiamo improprio come quello ai generali romani che si gettavano sulla spada per salvare l’onore. O il suicidio filosofico degli stoici. Varo e Seneca, Togo e Catone Uticense si sarebbero perfettamente compresi fra loro. Ma non comprenderebbero quell’uomo che si è sparato su una panchina. Davanti alla casa dove abito. In un mattino di inizio estate.

È stato il Cristianesimo a cambiare la percezione del suicidio. A spiegarcelo è Dante. Pier delle Vigne, raffinato poeta e Cancelliere del grande Federico II. La disperazione lo rese ingiusto verso se stesso.
La disperazione. Il non nutrire più speranze. E, tuttavia, non riuscire a vivere senza sperare. Questo oscura la coscienza. Rende ciechi. La colpa, che condanna in eterno, sta in questo. Non nel gesto in sé. Il suicida, quando si toglie la vita, è di fatto già morto. Interiormente.
L’arte, perché di un’arte si tratta, sarebbe continuare a vivere, non solo sopravvivere, senza speranze. Ad agire senza nulla attendersi. Ma è arte di pochi. Asceti Guerrieri. L’assoluta purità e gratuita’ dell’azione.

L’uomo odierno vive nel terrore cieco della morte. E per questo non è libero. È schiavo. Prima ancora che di questi dittatorelli da strapazzo, di demoni interiori. Di cui non conosce il volto, ma che determinano il suo destino.
La solitudine non voluta, o meglio il sentirsi soli pur in mezzo alla gente, ai familiari, è l’innesco di questa autodistruzione. Altra è la solitudine voluta, cercata come prova interiore. Come lotta con la propria ombra. Roba per pochi. Per lupi della steppa. Solitari. Anarchi, come li ha definiti Junger.

La colpa del Conte Zio, e delle oscure ombre che determinano la sua azione, è di operare per la costruzione di una società di solitudini disperate. Di cui le gabbie di plexiglas nelle scuole sono il simbolo.
Un giorno ne dovranno rendere conto. Di tutto e di tutti. Forse anche di quel disperato su una panchina, nel sole del mattino. Ne dovranno rendere conto.. Se non agli uomini, ormai instupiditi dalla paura, a qualcun altro. Ognuno scelga il Nome che gli è più consono.


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