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La quarantena – che in Italia è durata quasi due mesi e mezzo, ed ancora (chissà perché?) si protrae con un profluvio di editti e “grida” cervellotici e restrittivi – ci ha costretto a fare i conti con lo spazio. Lo spazio che abitiamo, in cui viviamo. Improvvisamente contratto. Tanto ristretto da far sì che le nostre case, le nostre tane cominciassero a sembrarci non rifugi, bensì prigioni. O, per lo meno, ciò è accaduto a coloro che non si sono lasciati plagiare dal continuo stillicidio di paura diffusa con tutti i mezzi.

Paura che ha ridotto molti, troppi ad una condizione meramente animale, o addirittura inferiore. Dove l’unica cosa importante appariva, e in parte appare ancora, la sola sopravvivenza. Indipendentemente dalle condizioni. Dal prezzo da pagare. Che, per inciso, è stato alto. E lo sarà ancor di più nel futuro.

Per gli altri però, pochi o tanti, che non hanno ceduto al panico dominante, che non si sono ridotti a bruti, l’esperienza è stata traumatica. E, tuttavia, a suo modo, formativa. Perché, improvvisamente, ci siamo dovuti rendere conto del limite del nostro spazio. Ovvero del luogo del nostro agire ed esistere. E tuttavia, proprio per questo, ci è stata data la possibilità di immaginare un altro spazio. Interminato, per dirla con Leopardi. Che, evidentemente, per un attimo lo sperimento’. Traendone alcuni dei versi suoi più felici. Ma, forse, non comprendendo appieno, perché i suoi concetti erano troppo vincolati ad una visione sensitica, e rigidamente materialistica della realtà.

L’esperienza dell’infinito, dell’illimite si affaccia, paradossalmente, proprio quando sperimentiamo come più costringente il limite dello spazio in cui esistiamo. È quasi un’esperienza mistica. Anzi, senza il quasi… San Juan de la Cruz, uno dei più grandi poeti mistici d’Occidente, ce ne dà la riprova. “La notte oscura” nacque mentre il poeta era prigioniero nel carcere di Toledo. In catene, sottoposto a privazioni e torture. È il canto dell’anima che si leva verso Dio. Che supera il limite del corpo, di cui proprio la prigionia aveva reso il poeta drammaticamente cosciente. E osa affrontare il viaggio verso l’infinito…
È, in fondo, la stessa esperienza narrata da Cicerone nel Somnium Scipionis. Dal cubiculo in cui riposa, l’Emiliano si trova proiettato in una dimensione cosmica. Vede i limiti del suo corpo, del grande Impero di Roma. Della stessa sfera terrestre, che gli appare piccola… una fra le tante che ruotano nelle vastità dell’universo.
Un’esperienza che, forse, talvolta si affaccia alla coscienza del moderno scienziato, quando si trova di fronte all’immensità dell’infinitamente grande. O dell’infinitamente piccolo. Che è poi la stessa cosa. Leggete “Il Tao della Fisica” di Capra, e troverete tale esperienza /emozione.

Lo spazio in cui siamo fisicamente costretti, non impedisce al nostro pensiero di proiettarsi oltre. Oltre il limite. Oltre ogni limite. Se ciò, ordinariamente, non ci riesce, è perché noi stessi ci costringiamo nella prigione. Perché vediamo solo il rovente muro d’orto, per dirla con Montale… E ci lasciamo imprigionare dai cocci aguzzi di bottiglia che lo sormontano…

È la nostra incapacità di pensare l’infinito, anche solo di concepirlo che ci rende davvero prigionieri.
Normalmente non ce ne rendiamo conto, perché la prigione ci sembra ampia. Perché abbiamo l’illusione di poterci muovere, viaggiare a nostro piacimento. Ma quando, d’improvviso, movimento, viaggi, agibilità ci vengono negati, la nostra percezione dello spazio cambia radicalmente. O meglio, ha la possibilità di cambiare.

Allora, o precipitiamo in una, cupa e vana, disperazione, o cominciamo a sperimentare che lo spazio, il nostro spazio vitale, non è solo quello che occupiamo col corpo.
Allora comprendiamo come faceva Ariosto a viaggiare senza muoversi dalla sua piccola dimora di Ferrara. O Tasso a concepire le immensità delle terre e delle isole beate, recluso in una cella di Manicomio.

Allora, come il Barone di Munchausen, possiamo volare nell’immensita’ dei cieli tirandoci su da soli per i capelli… Cosa resa, ultimamente, possibile anche per la lunga serrata dei barbieri…


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