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Il problema è sempre lo stesso. O meglio lo è radice, da cui il problema, anzi i problemi, rampollano come piante infestanti. O, peggio ancora, carnivore…

Vorremmo essere immortali. Pretendiamo di esserlo. Ma non lo siamo. E perciò abbiamo paura. Paura di morire, innanzi tutto. E paura di tutto ciò che alla morte ci può condurre. O che siamo convinti possa farlo. Come la guerra. O un’epidemia. Un virus. In realtà , per un europeo, per un italiano, è molto più facile morire a causa di un incidente automobilistico o sul lavoro. O per suicidio. Ma non conta. La cosa è ben nota. Ma i media non ne parlano. Non riveste interesse. Non vi si può speculare sopra. Non vi si può fondare un potere…. E così continuiamo a prendere l’auto anche per girare l’angolo e andare dal parrucchiere… E nessuno si sogna di vietarne, o anche solo limitarne l’uso…

Di fatto noi conviviamo sin dalla nascita con il rischio di morire. Come dice il don Juan di Castaneda, la Morte ci segue costantemente. È la nostra ombra. Talvolta, con la coda dell’occhio, possiamo coglierne un moto fugace. Poi viene l’attimo in cui, più o meno improvvisa, ci coglie. Punto.
Stare a recriminare sulle possibili cause è inutile. Oltre che stupido..

Il fatto è che continuiamo ad immaginarci immortali. E, al contempo, sappiamo bene di non esserlo. È la grande illusione. Il possente auto-inganno. Che ci rovina la vita. Che ci condanna ad un’esistenza di paura. Che è poi il contrario di vivere. Questi mesi di quarantena ne sono stati solo l’esempio più eclatante. Di fatto hanno solo amplificato la condizione interiore ordinaria dell’uomo moderno. L’hanno portata alla luce. Al parossismo. Ma questa era già in noi. Altrimenti il Conte Zio ed i suoi zeloti mediatici non avrebbero avuto vita così facile.

Il terreno della paura è fertile in noi. Basta innaffiare con un po’ di notizie ben manipolate. E questo dà rapidi frutti. Avvelenati. Il panico. La viltà. La schiavitù. Lo possiamo constatare ogni giorno, guardando intorno a noi…

Ma il problema è in noi. Nel sognare l’immortalità di questi corpi. Perché non riusciamo a concepire nulla né vita, né pensiero, né emozioni, in loro assenza.
Cominciò con il Sensismo illuminista. Condillac, Holbach, Helvetius. Condillac sopratutto : non vi è nulla nella mente e nel cuore che non sia prima nei sensi. Quindi, quando i sensi non sono più, anche noi non siamo. Concezione che portò Leopardi alla contemplazione, disperata, del Nulla. Non Condillac che era un vero figlio del ‘700. Secolo di idee nuove e uomini vecchi, lo definisce, acutamente, il De Sanctis. Loro erano appagati dalla brillantezza del ragionamento. Ma non pensavano un concetto sino alle estreme conclusioni. I Romantici lo fecero. E lì iniziò la tragedia della nostra modernità..

Condillac con queste idee ci convisse sereno e appagato. Per altro era anche un abate cattolico. E non mi risulta che abbia mai avuto dubbi sulla propria coerenza. L’antenato di quei preti che oggi amministrano la comunione con guanti e mascherina. Per loro il virus è, evidentemente, molto più reale del Mistero del Corpo di Cristo. Relegato ormai a narrazione priva di sostanza.

È da lì, dal razionalismo illuminista che, in fondo è cominciato il problema dell’immortalità. E della paura. Prima sapevano che il corpo era mortale. E con la sua caducità convivevano. Anche perché c’era altro. Anima. Spirito.

Certo, vi erano coloro che l’anima la pensavano destinata a morire col corpo. Epicuro e i suoi seguaci che l’anima col corpo morta fanno… per dirla con Dante. Ma questo non ingenerava paura in loro. Anzi, li faceva sentire più liberi. Senza timore di punizioni post mortem.

Ma il loro modo di pensare il corpo era profondamente diverso dal nostro. Come per il Buddhismo. Siamo aggregati di diverse componenti. Fisiche e psichiche. Non c’è un Io che debba preoccuparsi per la propria sopravvivenza.

Noi quell’Io ce lo abbiamo invece. È il portato di secoli, millenni di cultura. Nel senso etimologico del termine.
Ce lo abbiamo, ma lo abbiamo identificato col corpo. Per questo abbiamo paura. Perché il corpo non può non morire. E il nostro Io è come Prometeo, incatenato al corpo. Con L’Aquila che gli divora il fegato. Impedendogli di fatto di vivere con pienezza. Impedendogli di essere ciò che è.

Che fare, dunque? Non ho una risposta. Non pretendo, con queste cronache di dispensare verità o, addirittura, insegnamenti. Sono solo osservazioni. Noterelle casuali. Cronache, appena.

Tuttavia mi vengono in mente due immagini. Una è abbastanza ovvia. “Il settimo sigillo” di Bergman. La partita a scacchi con la Morte. Straordinaria, insuperabile metafora della vita.

L’altra, in fondo, altro non è che la sua rilettura in chiave giullaresca. Il finale di “Brancaleone alle Crociate”. Il duello, grottesco, con la Morte. Fa ridere. Ma anche pensare. Perché implica un guardare in faccia la Grande Paura. Ed osare sfidarla. Questo è essere uomini.


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