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Tra il 9 e il 13 maggio i Romani – quelli veri, quelli con la maiuscola – celebravano i Lemuria. I templi venivano chiusi. E per tutto il periodo erano vietate le nozze.

Il pater familias, celebrando i riti domestici, gettava nove fave nere dietro le spalle. Come si credeva avesse fatto Romolo, per placare il fantasma inquieto del fratello, Remo, da lui stesso ucciso.

I Romani avevano un rapporto strettissimo con gli spiriti dei defunti. Con gli antenati. Mani, Ları, Penati… Innumerevoli erano le celebrazioni. I Fasti in qualche modo legati al culto dei defunti. Segno di un legame profondo tra viventi e morti. Che è, poi, il segreto della tradizione. Intesa come trasmissione attraverso il tempo dei Mores e come continuità della vita, dei legami, degli affetti al di là del limite fisico.

I Lemuria di Maggio erano, però, una Festa particolare. Gli spiriti dei defunti si presentavano con un volto terrificante. Spiriti inquieti, anime condannate a vagare senza pace da morti violente. Vendicative. Che andavano ritualmente placate.

Per certi aspetti sembrano gli archetipi dei fantasmi che infestano castelli e antiche ville un po’ in tutta Europa. Dame bianche, vecchi cavalieri, cortigiani… tutti morti in modo cruento. Tutti incapaci di trovare pace, perché ancora vincolati alla vita di un corpo ormai perduto. Così Virgilio, nel VI dell’Eneide rappresenta, in fondo, l’ombra di Palinuro, il nocchiero.

Sotto altri profili i Lemuri sembrano anche gli antenati dei vampiri. I “non morti” che necessitano del sangue dei viventi per continuare una parvenza, parassitaria, di esistenza fisica. Il Romanticismo li rappresentò come figure emblematiche di una umanità incapace di concepire una vita al di là della morte fisica. Al di là del corpo. Leggete, o rileggete, Stoker e, soprattutto, Polidori. E capirete.

Goethe, nel Faust, descrive i Lemuri proprio come dei Non Morti, sorta di mostruosi zombie balzati fuori dai riti di Baron Samedi – chi leggeva Zagor da ragazzo sa di cosa parlo – tutti pelle, ossa e cartilagine. Si muovono come un’apparenza di vita. Ma vivi non sono più. Perché legati solo ad un’esistenza biologica. Inevitabilmente giunta a conclusione. Privi di intelligenza, incapaci di sentimenti ed emozioni che non siano la paura. Il terrore, assurdo e cieco, di perdere quell’ultima, inutile, parvenza di esistenza…
Mefistofele li sfrutta. Li fa sgobbare come schiavi per scavare il sepolcro di Faust… E ride di loro…

Guardo dalla finestra le pallide ombre, con guanti e mascherine, che si avviano al lavoro o a fare le spese. Strisciano lungo i muri. Evitano di incrociarsi persino con lo sguardo…

Ho deciso. Questa sera brucero’ incenso agli Dei Mani. E gettero’ nove fave nere dietro le spalle. Chissà mai…


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